Positio

De Mártires del siglo XX
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Positio de la Causa de Beatificación de Justus Takayama Ukon (Japón).

INTRODUCTIO GENERALIS

Prospetto riassuntivo:

1. Breve profilo biografico del Servo di Dio (Anton Witwer S.J.)

2. Historia Causae Justi Takayama Ukon (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.)

3. Importantia testimonii martirialis pro suo tempore et pro nostra aetate (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.)

4. Prospectus chronologicus (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.)


1. BREVE PROFILO BIOGRAFICO DEL SERVO DI DIO JUSTUS TAKAYAMA UKON

ANTON WITWER S.J.

Justus, con il nome giapponese Hikogorō, nasce a Takayama, la antica sede della famiglia Takayama, intorno all’anno 1553 , figlio di Dario Takayama Hida-no-kami e di sua moglie Maria.

Dal 1558 la famiglia vive nella fortezza Sawa che, dopo la conversione del padre Dario nel giugno 1563, diviene un centro cristiano: egli chiede un missionario per l’istruzione della famiglia e dei suoi sudditi nella fede cristiana e per il battesimo. Nel 1563 Justus è battezzato dal Fr. Lorenço [Lorenzo], giapponese, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ad altre 150 persone all’incirca.

A causa di conflitti la famiglia deve lasciare Sawa e ritornare a Takayama, ma già due anni più tardi Dario e Justus entrano al servizio di Wada Koremasa e tutta la famiglia si trasferisce a Takatsuki nella provincia di Settsu. Dopo la rinuncia di Dario al dominio nel 1573, Justus diviene il sovrano di Takatsuki e riceve il titolo Ukon-no-suke, elevato poi a Ukon-no-tayū . Un anno dopo Justus si sposa con Justa con cui ha cinque figli e altri cinque nipoti.

Trovandosi nel 1579 nel dilemma di fedeltà a causa del conflitto tra Araki Murashige e Oda Nobunaga, per il bene della Chiesa Justus si decide a rinunciare alla dignità e responsabilità come capo della famiglia, a ritirarsi dal mondo e a dedicare la sua vita al servizio della Chiesa.

Il suo impegno, molto decisivo nella battaglia [Yamazaki] di Hideyoshi contro Akechi Mitsuhide, non rimane senza riconoscenza: il rapporto di Hideyoshi con Ukon cambia, il suo feudo viene aumentato e il padre Darius può tornare dall’esilio in Echizen a Takatsuki . Nella battaglia a Shizugatake nell’anno seguente, Justus si distingue per le sue capacità strategiche e perciò viene lodato da Hideyoshi.

Per favorire la crescita della fede cristiana, Justus si impegna nella fondazione di seminari per la formazione di missionari e catechisti nativi, prima ad Azuchi, poi nella sua residenza a Takatsuki e infine ad Osaka. La maggioranza dei seminaristi vengono dal suo dominio o dalle famiglie dei suoi sudditi, tra di loro San Paolo Miki ed altri martiri beatificati . Grazie alle sue attività missionarie e sociali, il numero dei cristiani nel dominio di Takatsuki con circa 30.000 abitanti aumenta da 600 nel 1576 a 25.000 nel 1583, cioè la maggioranza del popolo diviene cristiana . A lui si deve anche la fondazione della chiesa nella città di Osaka, che contribuisce all’ulteriore crescita dei cristiani.

Particolarmente grande è l’influsso di Justus sulla conversione dei suoi amici e di molte persone della nobiltà. Nella cerimonia del tè che approfondisce il legame dell’amicizia e, quindi, il livello orizzontale, egli include la dimensione verticale che conduce all’unione con Dio e in Lui . Il trasferimento di Justus nel feudo di Akashi apre nuove possibilità di evangelizzazione cosicché in due anni, dal 1585 al 1587, alcune migliaia di persone sono battezzate.

L’editto di proibizione della religione cristiana, per cui Hideyoshi ordina nel 1587 l’espulsione dei missionari dal Giappone , interrompe la feconda attività missionaria. Justus, richiesto di abbandonare la fede, lascia il feudo e sceglie l’espulsione; si nasconde sull’isola di Shodoshima, il rifugio offerto da Konoshi Yukinaga. Un anno più tardi è consegnato alla custodia di Maeda Toshiie, da cui riceve un reddito appropriato e rimane al servizio della “casa di Maeda” per i successivi 25 anni. A causa dei meriti nelle battaglie di Hideyoshi, questi riabilita Justus nel 1592 invitandolo alla cerimonia del tè.

Dopo la morte di Maeda Toshiie, Justus serve il figlio Maeda Toshinaga, amministrando le proprietà nella provincia di Noto e avendo una residenza a Kanazawa . Ritirato dal servizio attivo dopo il 1600 secondo l’usanza giapponese, egli non porta più il titolo nobile Ukon-no-tayu ma il nome Tōhaku o Minami-no-bō, il nome del maestro della cerimonia del tè. Su desiderio di Justus, nel 1603 viene eretta la nuova residenza dei Gesuiti a Kanazawa ed egli continua a promuovere le attività missionarie nelle province del Nord fino al 1614.

Il 14 febbraio 1614 Tokugawa Ieyasu emana il decreto d’esilio, con l’editto particolare per Justus Takayama e i suoi amici cristiani a Kanazawa: se non abbandonano la fede cristiana, saranno deportati . È l’inizio del cammino faticoso che si estende quasi per un anno e infine conduce alla morte di Justus Takayama Ukon. Sfinito dopo le fatiche del cammino e la navigazione pesante di quarantatre giorni da Nagasaki a Manila, muore il 3 febbraio 1615 , solo quaranta giorni dopo l’arrivo.



2. HISTORIA CAUSAE JUSTI TAKAYAMA UKON

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


Justus Takayama Ukon died in Manila on February 3rd 1615. After the his death, Mgr. Miguel Garcia Serrano O.S.A., Archbishop of Manila, started the paperwork regarding the petition on behalf of Ukon. According to Fr Paul Pfister S.J., "On October 5th 1634, Fr. Pedro Morejon S.J., gave testimony for the public canonization questionnaire. Since the Jesuits had formed a close relationship with Ukon, they should write the details of his life and death carefully and keep this information safe for posterity as materials than can be used in a future canonization process. This testimony has been made available in libraries in Europe and in Asia and remains available to this day." Since Ukon had only stayed in the Philippines for short period, about fifty days before his death, and also because his reputation was rather unknown to Catholics in that country, the process of canonization had to be suspended. The reason was that investigations in Japan had become impossible because of the national governmental policy of national seclusion.

The minutes of the 1930 meeting of the bishops in Japan record a decision to promote a movement to explain clearly the outstanding virtues of Ukon. This would be called "the movement for communication about Ukon as a person worthy of veneration."

According to a letter from a member of this committee for the veneration of Ukon, Fr. Taguchi Yoshigoro (later Cardinal), secretary for the Apostolic Delegate, went to the Eucharistic Congress in Manila in 1937 as one of the leaders of the delegation of Catholics from Japan. Mgr. Michael James Doherty, Archbishop of Manila, made a proposal to him that the competence for the cause of canonization of Ukon be transferred from Manila to Japan. This took place in April 1940. The competence was formally moved from the Archdiocese of Manila to the Diocese of Osaka.   Record of the Activities that took place after the conclusion of the Second World War

In May 1946, there was an ordinary meeting of the administrators of Catholic dioceses in Japan. Mgr. Paolo Marella, Apostolic Delegate for Japan, proposed that the Japanese bishops sent a letter to the Sacred Congregation of Rites asking about the possibility of the canonization of Ukon.

At the national meeting of the administrators of Catholic dioceses in Japan in September 1949, the Federation of Japanese Bishops established the Episcopal Preparatory Committee for Promoting the Canonization of Ukon. Father Johannes Laures S.J., professor of Sophia University of Tokyo, was appointed as the chair and Fr. Arai Katsusaburo, later bishop of Yokohama, and three other persons were appointed as members of the committee.

At the plenary session of the Federation of Japanese Bishops in April 1950, Fr. Johannes Laures S.J. proposed a plan that was found acceptable: each diocese in Japan agreed to appoint one key person for activities leading to the canonization of Ukon. The bishops would fund this preparatory committee and would cooperate with it. There was a plenary session of the Federation of Japanese Bishops in April 1963. An article in the Catholic newspaper reported that Mgr. Taguchi would sponsor the introduction of the cause of canonization of Ukon, with the close cooperation of the Society of Jesus and the Claretian Fathers. All the bishops would spiritually and morally support this introduction.

On April 24th 1964, the Sacred Congregation of Rites approved the initiation of the cause of Ukon by the Diocese of Osaka. At the bishops' meeting in Apri1,1964, Mgr. Taguchi reported on the first steps for this cause of Ukon, to which the bishops had given their approval in the Conference meeting in the previous year. As this is a 'causa historica' , the norms given by Pope Pius XI in 1930 and in 1939 were to be followed. Because Ukon was a famous personality not only in the Catholic Church but also in the society of Japan in the 16th and 17th centuries, there was much written about him by Japanese and foreign scholars. The commission will therefore have much work to gather all these documents. The scholars selected for this purpose (Frs Cieslik S.J. and Schwade S.J., both from Sophia University, and Professor Kataoka Yakichi of Nagasaki-Junsin Univ.) met for the first time in Osaka on April 1st 1964 and established a common plan. They hope to finish their work before the end of 1965; only then can the inquiry processes in Osaka start. Because His Eminence Arcadio María Cardinal Larraona Saralegui C.M.F., the Prefect of the Sacred Congregation of Rites, showed a great personal interest in this cause, and because the Postulator Generalis of the Society of Jesus has agreed to promote the cause of Ukon at the Sacred Congregation, it may be hoped that the cause will proceed quickly after the preparations in Japan have been completed. For Japan, Fr. Paul Pfister S.J., professor of the Sophia University, was designated as Vice-Postulator. At the same time, to spread the knowledge of Ukon widely among the Japanese faithful will require considerable expenses. Thus, Mgr. Taguchi proposed to ask the Sacred Congregation for the Propagation of the Faith for an extraordinary subsidy of 20,000 dollars. The entire Bishops’ Conference of Japan supported these proposals.

By 1968, all the required processes of the Diocese of Osaka had been completed and all documents were sent to the Prefect of the Sacred Congregation of Rites.

53,680 signatures of 357,478 Catholic believers requesting beatification of Ukon have been collected from May to June of 1970.

During the Plenary Session of the Bishops' Conference of Japan held in May 1971, a letter in favor of the promotion of the canonization of Ukon was written to be signed by all the bishops in Japan. All the Catholics in Japan were requested to assist in these promotion efforts. The bishops also signed direct petitions to the Sacred Congregation for this canonization procedure. In the plenary session of the Bishops' Conference of Japan held in June 1976, a report was made that the necessary papers had been sent to the Sacred Congregation of Rites upon completion of the usual investigations. The "Positio super Scriptis" took place in 1976.

After the death of Cardinal Taguchi (1978) Following the death of Cardinal Taguchi, the responsibility for these programs passed to Mgr. Yasuda Hisao, successor of the Cardinal Taguchi as Archbishop of Osaka, on February 23rd 1978. The Plenary Session of the Bishops’ Conference of Japan held in June 1990, agreed to a suggestion made by Fr. Paul Molinari S.J., the postulator for the cause of Ukon. This suggestion was that the status of Ukon be changed from confessor to martyr.

In April 1994, His Eminence Shirayanagi Cardinal Seiichi, president of the Bishops’ Conference of Japan, visit Rome to conduct various items of church business. His visit to the Congregation for the Causes of Saints brought the following suggestions from the official in charge of the paperwork.

The cause for Ukon has to be considered separately from the cause of Peter Kibe and the 187 Japanese martyrs.

One reason why the process for Ukon is going so very slowly is that many of the documents were written in German. This has delayed the initiation of the investigations.

The officials have decided that all of these German documents have to be translated into English, and it has taken quite a long time to find a suitable translator. Doctor Emilie DePetro, professor of Saint Thomas University in Manila, agreed to undertake the task of translation. He finished his work on 1994, so from that time on the Congregation can move to the stage

After the decree of Nihil Obstat (1994) On June 8th 1994, the Congregation for the Causes of Saints issued a decision of Nihil Obstat. Two days later, on June 10th 1994, the Congregation issued a decree that admitted the validity of the petition process. This decree authorized the separation of the cause of Ukon from that of Peter Kibe and the 187 Japanese martyrs. These two causes had been linked in previous Roman paperwork. On March 29th 1995, the competence for the management of this cause was officially transferred from Msgr. Hisao Yasuda, Archbishop of Osaka, to Cardinal Shirayanagi Seiichi, Archbishop of Tokyo.

At the 15th meeting of the Episcopal Committee for Promoting the Japanese martyrs held on March 29th 1995, Cardinal Shirayanagi, the chair of the committee, reported on an answer he had received from Angelo Cardinal Felici, Prefect of the Congregation of the Causes of the Saints. The question was as follow: are the additional documents that are currently available sufficient for the petition to declare Ukon a martyr. The answer was that these documents are not sufficient. The Congregation needs documents that prove that Ukon was actually a martyr. The process has been moving on the assumption that Takayama Ukon was a confessor. Cardinal Felici suggests that the process continue in this direction and that the petition to declare Ukon a martyr be suspended for the time being.

At the end of 1995, the translations sent in 1994 were again polished and sent to the Congregation again. At the Plenary Session of the Bishops' Conference of Japan held in July 1997, concern was expressed about how to hasten the beatifications of Ukon and of Peter Kibe and the 187 Japanese martyrs. The Conference members decided to send a petition directly to the Holy Father. All the bishops signed the cover letter to this petition to the Pope. In April 2002, Cardinal Shirayanagi visited His Eminence José Cardinal Saraiva Martins, C.M.F., Prefect of the Congregation for the Causes of Saints. Cardinal Saraiva said that the beatification process of Ukon has reached the stage where we are waiting for authenticated miracles.

On September 9th 2003, Msgr. Mizobe, Osamu chair of the Episcopal Committee, and Fr. Hirabayashi Fuyuki SJ, secretary for the Committee, met with Cardinal Saraiva. The Cardinal expressed the opinion that the approval of Ukon as a martyr was currently difficult. Fr. Peter Grumpel S.J., the relator of the cause, had submitted documentation that was all in proper order, but it was necessary to improve the quality of the translations from German into English.

From confessor to martyr On July 12ve 2011, Msgr. Otsuka Yoshinao, chair of the Committee, and Fr. Hirabayashi Fuyuki S.J., secretary for the Committee, had an interview with His Eminence Angelo Cardinal Amato S.D.B., prefect of the Congregation for the Causes of Saints. Cardinal Amato told them that he had verified the approval of the change of the cause of Ukon from confessor to martyr.


3. IMPORTANZA DELLA TESTIMONIANZA MARTIRIALE PER LA CHIESA E LA SOCIETÀ DEL SUO TEMPO

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


Nell’anno 1549 san Francesco Saverio per la prima volta nella storia annunciava il Vangelo ai Giapponesi. Dopo di lui, grazie al lavoro apostolico dei Gesuiti e di molti altri missionari, il numero dei fedeli giapponesi in breve tempo si moltiplicò in un modo quanto mai sorprendente e rapido. 30 anni dopo l’arrivo in Giappone del Saverio, il numero dei fedeli era giunto ormai alle centomila unità . Il Vangelo si era rapidamente diffuso all’interno della società giapponese assieme alla cultura occidentale, effondendo il suo profondo e benefico influsso non solo sul popolo povero e oppresso, ma anche sulla classe dominante con al centro le potenti famiglie dei Samurai e le famiglie dei nobili più agiati.

La società giapponese aveva già una propria cultura ricca di tradizioni secolari. L’incontro con il Cristianesimo e lo sforzo di armonizzare e rendere complementari le due diverse culture produssero numerosi e benefici frutti, evidenti soprattutto nello sviluppo dei vari settori dell’arte.

Ma di fronte al sempre più crescente influsso della chiesa, le autorità del tempo iniziarono ad avvertire timore e preoccupazione. Pochi anni erano infatti trascorsi dal periodo in cui alcune bande armate di ispirazione buddista, formate soprattutto dai contadini oppressi, si erano rivelate una pericolosa e grave minaccia al potere centrale. Dato che numerosi principi, signori di potenti feudi, erano passati al cristianesimo i generali Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu ritennero che una possibile rivolta dei Cristiani avrebbe provocato danni ben più gravi al loro potere.

I Generali iniziarono pure a sospettare che le potenti nazioni occidentali intendessero servirsi del Cristianesimo, capace di conquistare il cuore della gente comune, per portare avanti il loro programma di colonizzazione del Giappone. Purtroppo, un increscioso incidente sembrò confermare i loro sospetti e timori: è il notissimo caso del galeone spagnolo San Felipe naufragato sulla costa dell’isola Shikoku.

Nel periodo in cui il potere centrale era nelle mani delle famiglie Toyotomi e Tokugawa, le organizzazioni legate alle religioni tradizionali giapponesi avevano su di loro un fortissimo influsso. Esse accusavano aspramente di mire espansionistiche i Regni di Spagna e del Portogallo, e sostenevano che per conservare un forte potere centrale su tutto il paese e difenderne l’originale ordinamento politico, era necessario proclamare le due religioni tradizionali, il Buddismo e lo Shintoismo, come uniche ed esclusive religioni del paese.

I testi dell’editto di espulsione dei missionari proclamato da Hideyoshi il 24 luglio 1587 , e i successivi editti di proibizione del Cristianesimo, proclamati dal Governo Centrale di Edo (Tokyo) nel 1612 e 1614 ne sono una chiara ed evidente prova.In questo difficile contesto manifestare ai governanti, alla classe dirigente e anche a tutta la società il volto più genuino del Vangelo divenne il primo compito dei cristiani. Con fedele costanza essi continuarono a testimoniare che nel proclamare il perdono dei peccati e guidare tutti gli uomini alla salvezza il Vangelo non nascondeva altri fini, e non pensava affatto mettersi in contrasto con la società giapponese come fosse una nuova forza politica.

La chiesa giapponese venera con devozione i suoi martiri: San Paolo Miki e i suoi compagni; San Tomaso Nishi e i suoi compagni; i 205 beati martiri; il beato Pietro Kibe sacerdote e i suoi 187 compagni. Tra questi numerosi santi e beati ci sono anziani e giovani, uomini e donne, samurai e gente comune del popolo. Tutte le categorie sociali sono rappresentate. Ma il Servo di Dio Giusto Takayama Ukon è un caso unico e non appartiene a nessuna delle suddette categorie. Ukon era un Principe di altissimo rango, appartenente alla classe più alta. Fu scelto da Oda Nobunaga come suo funzionario nel periodo in cui questi unificò il paese ponendo fine al lungo periodo di lotte intestine, e rimase poi consigliere del suo successore Toyotomi Hideyoshi.

Quasi tutti i membri della classe dirigente cui apparteneva Ukon avevano una comune aspirazione: ottenere maggiore potere e una più alta posizione sociale. Per questo stringevano alleanze con altri Principi e poi facilmente rompevano le alleanze per passare alla guerra. Alcuni dei principi più potenti divennero ferventi cristiani. Ma quando sopraggiunse il tempo in cui fu difficile vivere come discepoli di Gesù e allo stesso tempo conservare una elevata posizione sociale, quasi tutti abbandonarono la fede e il Vangelo per timore di perdere il potere, la ricchezza e la posizione sociale raggiunta, solide basi della loro vita quotidiana. Si può dire che per non pochi di loro fu una scelta molto sofferta, scaturita dal timore dei danni che si sarebbero abbattuti sui famigliari, sulla parentela, e su tutto il personale alle loro dipendenze più che da interessi personali.

Ma qualsiasi fosse il motivo dell’abiura, il fatto stesso che una persona importante e influente come il principe abbandonasse la propria fede causava alla chiesa danni e ferite irreparabili. Consapevoli di questi disastrosi effetti, i persecutori usarono i metodi più duri e atroci per costringere i principali esponenti della chiesa ad abiurare. Va pure detto che, al contrario, l’esempio di quanti perseverarono nella fede fino al martirio divenne sostegno e motivo di grande speranza per tutti i fedeli. In quel contesto tanto difficile per i cristiani, Takayama Ukon aveva il compito di consigliare e sostenere quanti avevano conquistato il supremo potere su tutto il Giappone. La fede di Ukon rappresentava per loro un gravissimo ostacolo e quindi non potevano assolutamente tollerare che lui perseverasse nella fedeltà al Vangelo. Pur consapevole di questa situazione Ukon non si piegò al potere. Nessuna esitazione o cedimento. La preghiera sostenne la sua cordiale adesione alla fede e la sua vita di credente fino all’esilio e alla morte.

Il nome e la fama del principe cristiano Ukon si diffuse in tutto il paese ben oltre i confini della piccola chiesa. Ukon non si era piegato davanti a Hideyoshi, l’uomo più potente del tempo. E nemmeno si piegò davanti a Ieyasu, suo successore, che completò il compito di unificazione del Giappone sotto il suo potere assoluto e assunse il titolo di Shogun. La fede incrollabile di Ukon fu per questo una grande e luminosa testimonianza per la chiesa del suo tempo.

Innumerevoli sono le persone che grazie all’incontro con Ukon sono giunte alla fede e poi divenute pietre fondamentali della chiesa giapponese del tempo. Così fu per il suo subalterno Diogo Kagayama Hayato, uno dei martiri beatificati nel 2009. Così fu anche per sua figlia Ogasawara Miya, anch’essa martire beatificata insieme a suo padre. La mirabile testimonianza di Ukon sicuramente sostenne la fede dei cristiani durante i lunghissimi 250 anni di feroce persecuzione, e diede loro la forza di mantenere accesa la fiaccola del Vangelo.

  Il messaggio del martirio di Ukon alla chiesa di oggi

Il tempo in cui visse Ukon fu caratterizzato da continue e violente guerre per il potere; un periodo di gravi sconvolgimenti sociali, ma fu anche un tempo di notevole crescita economica del Giappone.

La cosiddetta “Guerra Ōnin” scoppiata nel 1467 segnò l’inizio di una guerra civile fra le varie fazioni e famiglie potenti durata oltre 100 anni e si concluse solamente dopo la metà del secolo XVI quando il Cristianesimo giunse in Giappone. Tramite alleanze diplomatiche tra i principi più in vista si passò dal vecchio regime dell’epoca Muromachi, praticamente esautorato ed inesistente, all’unificazione del paese sotto Oda Nobunaga e ad una maggiore stabilità con l’avvento al potere di Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.

La crescita del potere nelle mani della nuova classe dirigente rese possibile il risveglio di tutti i settori della società; e la stabilità ottenuta e difesa dopo la riunificazione sotto l’unico governo centrale favorì il risveglio del commercio e dell’industria. Il Giappone era allora uno dei maggiori produttori di oro e argento. Si dice che il 40% dell’argento fosse prodotto da questo paese.

Il commercio interno era intenso, e l’attività commerciale con i paesi del sud-est asiatico e con quelli europei raggiunse un livello molto alto, procurando al Giappone notevole ricchezza economica. Ukon, uno dei principi più eminenti, scelto da Nobunaga e Hideyoshi come collaboratore, ebbe sicuramente una parte importante nel progettare e costruire questa nuova era del Giappone.

Le classi dei soldati (samurai) e dei commercianti, in base alle loro qualità e al loro impegno, potevano facilmente giungere ad un certo livello di ricchezza e di potere. Ukon era un uomo molto intelligente, possedeva moltissimi talenti ed era profondamente stimato dalla gente. I potenti del tempo non esitarono ad affidargli incarichi molto importanti e onerosi. Se solo l’avesse desiderato, avrebbe potuto accumulare potere e ricchezze, raggiungere una posizione sociale sempre più elevata, e così passare la sua vita nell’abbondanza.

Nasce quindi spontanea una domanda. Perché Ukon non si è lasciato prendere dal fascino del potere, della gloria e del denaro? In quel periodo di continue lotte intestine, Ukon ebbe modo di conoscere da vicino le tragedie di potenti abbattuti e declassati; vedere la sorte degli sconfitti in guerra; conoscere la sofferenza di chi veniva tradito e poi braccato dai propri seguaci.

La rovina non si fermava mai al capo abbattuto, ma finiva per coinvolgere la sua famiglia, il suo parentado, e persino tutte le persone che vivevano attorno a lui. Ukon sapeva per esperienza che nelle scelte per il suo vivere nella storia doveva includere e prevedere anche il futuro dell’intero casato. Il sistema famigliare di allora richiedeva ai suoi membri una solidarietà assai più forte e vincolante di quanto richiede oggi.

In ogni momento e situazione di vita e senza la minima esitazione Ukon fondò tutte le sue scelte sull’esperienza di Dio da cui traeva vigore la sua fede. In lui era estremamente salda la certezza che anche nei momenti di maggiore sofferenza Dio lo amava in modo incondizionato e assoluto. Nulla avrebbe potuto staccarlo da questo amore. Secondo i biografi pare che Ukon abbia avuto due qualificanti esperienze di Dio.

La prima esperienza risale al 1573, quando Ukon rimase gravemente ferito nella battaglia con Wada Korenaga (1551-1573). Fino a quel momento Ukon non aveva ancora approfondito la sua fede. Il gesuita Luís Fróis (1532-1597) scrive che in quell’occasione Ukon imparò a desiderare profondamente l’incontro con Dio e fece un meraviglioso progresso nella fede.

La seconda esperienza risale al 1578, cinque anni dopo, quando Ukon era al servizio del principe Araki Murashige (1535-1586), che a sua volta era funzionario di alto rango al servizio di Oda Nobunaga. Araki tradì Oda Nobunaga, insorse contro di lui e chiese a Ukon di scendere in guerra al suo fianco. Araki era il superiore diretto di Ukon, ma Nobunaga era per lui l’autorità suprema. In quel momento difficile e sofferto Ukon fu aiutato a cercare sinceramente la volontà di Dio dal gesuita Organtino Gnecchi Soldo (1533-1609). Il consiglio di Organtino fu: “È giusto ubbidire alla massima autorità” . Come cristiano convinto Ukon sapeva dare la precedenza alla volontà di Dio su tutte le altre cose.

Nei momenti più importanti della sua vita Ukon si trovò a dover scegliere continuamente tra due vie fra loro opposte: continuare il cammino nella via della fede o abbandonare la fede per difendere la posizione conquistata e il successo umano.

I credenti di oggi vivono un momento storico del tutto inedito, che offre una vasta gamma di scelte possibili in base a criteri e valori diversi. Con tutta la sua vita Ukon invita i cristiani di oggi a non perdere mai di vista il Vangelo di Gesù e a camminare fedelmente sulla via che esso indica.


4. PROSPECTUS CHRONOLOGICUS

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


Anno

c. 1552

1563


1564

1568

1570

1573



1573/74

1578


1579


1580

1581

1582


1583 Età


(11)


(12)

(16)

(18)

(21)




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(27)


(28)

(29)

(30)


(31) Avvenimento

Nascita di Takayama Ukon.

Takayama Hidanokami riceve il battesimo dal Padre Gaspar Vilela col nome di Dario.

Ukon riceve il battesimo dal Fr. Lorenzo col nome di Justus.

Dario e Justus sono al servizio del sig. Wada Koremasa.

La famiglia Takayama si trasferisce a Takatsuki.

Dario e Justus uccidono Wada Korenaga, figlio di Koremasa, per ordine di Araki Murashige. Justus diventa il castellano di Takatsuki. Fine dello shogunato di Muromachi.

Justus si sposa con Giusta di Kuroda.

Araki Murashige si ribella contro Oda Nobunaga. Justus si dirige all’accampamento di Nobunaga con l’intento di consegnare la fortezza di Takatsuki.

Arriva in Giappone il P. Visitatore gesuita Alessandro Valignano.

Justus fa ogni sforzo per edificare il seminario di Azuchi.

P. Valignano visita Takatsuki e celebra la festa di Pasqua.

Uccisione di Nobunaga. – Justus si impegna per la costruzione del seminario a Takatsuki.

Justus provvede alla costruzione della nuova chiesa a Osaka. 1584


1585

1587



1588



1590


1591

1592

1597

1600

1603

1605

1614



1615



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(63)



Justus porta al battesimo dei comandanti militari, per esempio Makimura Masaharu, Gama Ujisato, Kuroda Nagamasa, Konishi Yukinaga ecc.

Justus diventa il castellano di Akashi.

Hideyoshi ordina l’espulsione dei missionari dal Giappone ed esige che Justus abbandoni la fede. Justus abbandona il feudo e sceglie l’espulsione; si nasconde a Shodoshima, possedimento di Yukinaga.

Justus scende in Higo seguendo Yukinaga; nel frattempo fa gli Esercizi Spirituali nel noviziato dei Gesuiti ad Arie. Ricevuto un invito da Maeda Toshiie, Justus si trasferisce a Kanazawa.

Hideyoshi unifica tutto il paese. P. Valignano ritorna in Giappone.

Justus visita il P. Valignano a Kyoto.

Justus visita il P. Valignano a Nagasaki.

I ventisei cristiani sono crocifissi a Nagasaki.

Battaglia di Sekigahara tra Tokugawa e Toyotomi.

Tokugawa Ieyasu fonda lo shogunato di Edo.

Justus costruisce la chiesa a Kanazawa.

Lo shogunato vieta di professare il cristianesimo. Justus e gli altri ricevono l’ordine di espulsione. Justus parte da Kanazawa per Nagasaki e fa gli Esercizi di Ignazio sotto la direzione del P. Morejon.

Quaranta giorni dopo l’arrivo a Manila, Justus si ammala di febbre e muore. Viene sotterrato nella chiesa gesuita.



TOKIENSIS



BEATIFICATIONIS ET CANONIZATIONIS SERVI DEI

JUSTI TAKAYAMA UKON VIR LAICUS (1553-1615)



INFORMATIO


SUPER DUBIO

An constet de martyrio eiusque causa et de fama, in casu et ad effectum de quo agitur.


INTRODUCTIO

ANTON WITWER S.J.


Sono passati 400 anni dalla morte del Servo di Dio Justus Takayama Ukon, ricordato e venerato in Giappone non solo come martire ma anche come grande testimone della fede cristiana nelle attività missionarie della Compagnia di Gesù. Il cristianesimo è arrivato in Giappone nel 1549 con l’arrivo di Francesco Saverio, ma solo grazie alla testimonianza convincente di persone importanti come Justus e grazie alla sua stretta collaborazione con i missionari la Chiesa poteva svilupparsi così rapidamente negli anni seguenti fino alla sua persecuzione, come ci manifestano i documenti del tempo. La vita e la morte di Justus Takayama Ukon erano e sono per la Chiesa cattolica giapponese di un’importanza particolare, decisive per la sua crescita nel lontano passato ma anche testimonianza di fede per i tempi odierni. Il modo di vivere la fede cristiana del Servo di Dio, la sua fermezza di fede e la sua fedeltà fino alla morte hanno un significato grandissimo: Justus è stato il più grande “missionario giapponese” del Cinquecento che ha vissuto la fede cristiana non come qualcosa straniera ma proprio da giapponese – e quindi ha aiutato ad inculturare il cristianesimo per mezzo della sua vita e anche della morte in esilio. È da sperare che la vita e la morte di Justus possano suscitare tra la gente del Giappone ancora oggi gli stessi sentimenti che la notizia della morte di “questo Santo” suscitò, secondo il racconto del P. Valerio de Ledesma, a Manila, dove egli morì a causa degli stenti patiti nell’esilio a soli 40 giorno dal suo arrivo:

El tiempo de los clamores que por su muerte se hicieron, fué tan grande el sentimiento de toda la ciudad, como si a cada uno se le muriese una persona que mucho amase, y ansí dezían: ¿es posible que murió aquel Santo y que no merecimos gozar más dél? Acudió luego mucha gente a este Collegio y a su casa, con el sentimiento y lágrimas que el negocio pedía, y no hubo en la Ciudad por buen espacio otra plática sino la de Justo, de su virtud y santidad, de su muerte y del entierro y honrras que se le devían hazer. Todos se haziían predicadores apuntando el tema que deuían tomar en el sermón de sus exequias, diciendo algunos que no auía cosa más apropósito que Justus ut palma florebit; otros que In memoria aeterna erit Justus; otros que lo de Isaias dicite Justo quoniam bene, y otros muchos lugares que todos parece que se venían tan nacidos y tan al Justo como si sólo para él se ubieran escrito.

Chi è „quel Santo“ che commosse tanto i cristiani di Manila e perché è da considerare un “martire” – queste sono le domande da chiarire nell’Informatio, sulla base dei documenti raccolti particolarmente dal P. Hubert Cieslik S.J. e da S.E.R. Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B. e riportati nel Summarium documentorum. Perciò non è da meravigliarsi che la gran parte della presente Informatio super martyrio del Servo di Dio Justus Takayama Ukon si deve alle ricerche accurate di Mons. Mizobe, profondo conoscitore del Servo di Dio e molto familiare con la storia e la cultura giapponesi. Grazie ai suoi lavori già fatti – il breve riassunto biografico, la descrizione della fede e della spiritualità di Justus e la presentazione della fama sanctitatis ac martirii – è stato sufficiente elaborare i capitoli sul martirio formale e materiale che formano il nucleo dell’Informatio super martyrio, dovendo rispondere ai tre quesiti essenziali sulla base della documentazione. Sono da menzionare alcune particolarità della presente Informatio: trattandosi di una Causa antica, le prove relative al martirio si desumono solo dalle fonti scritte, raccolte e riportate nel Summarium documentorum, che include la loro presentazione e valutazione nella parte introduttiva che precede ai documenti . Inoltre, dato che la prima parte del Summarium documentorum corrisponde alla “biografia documentata”, includendo anche molte informazioni sugli inizi e sullo sviluppo del cristianesimo in Giappone fino alla persecuzione, si considera sufficiente il riassunto biografico, compilato da Mons. Mizobe, con cui l’Informatio comincia. Tenendo conto del caso particolare di martirio a causa degli stenti dell’esilio, si è considerato più conveniente presentare prima il martirio formale sia ex parte persecutorum che ex parte Servi Dei e trattare dopo il martirio materiale – la morte ex aerumnis exilii - come la conseguenza. Alla risposta ai tre quesiti fondamentali seguono la presentazione delle virtù di Justus come esse si manifestano nella sua vita e nel suo martirio e quella della fama sanctitatis ac martyrii.

Prospetto riassuntivo:

1. Catagrapha breves biografiae Servi Dei Justi Takayama Ukon (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.) 2. Martyrium formale ex parte persecutorum: odium fidei (Anton Witwer S.J.) 3. Martyrium formale ex parte Servi Dei (Anton Witwer S.J.) 4. Martyrium materiale: ex aerumnis exili (Anton Witwer S.J.) 5. De virtutibus Servi Dei Justi Takayama Ukon (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.) 6. De fama sanctitatis ac martyrii (Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu S.D.B.) 7. Conclusio (Anton Witwer S.J.)



1. CATAGRAPHA BREVES BIOGRAFIAE SERVI DEI JUSTI TAKAYAMA UKON

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


PRAENOTANDA

1. In summario biographico afferuntur omnes eventus vitae servi Dei, etiam ii, de quibus non explicite mentio fit in parte de fontibus historicis agente (e. gr. bella et proelia etc.). 2. In parte de virtutibus non enumerantur quam plures actus (v. gr. recitationis rosarii etc.) sed potius pensantur aliquae actiones, quae indicant eius personalitatem et spiritualitatem, et quidem quoad conditiones et motionem illius temporis. 3. Quia propter degradationem et expulsionem Justi, necnon propter prohibitionem religionis Christianae, multi fontes destructi sunt, sic, constare non potuit de omnibus eius gestis in singulis annis. Hic vero tantum illi eventus enumerantur, de quibus ex fontibus certe constat. 4. Computatio annorum et mensium fit secundum calendarium Europaeum. 5. Nomina Japonica hominum, provinciarum, locorum, fluminum et montium generatim in forma originali (secundum transscriptionem modernam a Hepburn exaratam) ponuntur, sine declinatione. Ut vero indicetur, de qua re loquatur, apponuntur verba: dux, princeps, flumen, mons, provincia, urbs etc.; hoc modo etiam indicatur declinatio, v. gr. in urbem Osaka, in parte ducis Oda Nobunaga etc. 6. Nomina Japonensium generatim ponuntur modo Japonico, ita ut cognomen sit primum, nomen secundum, v. gr. Takayama Nagafusa. Titulus generatim ponitur in medio, v. gr. Takayama Ukon-no-tayū Nagafusa. Nomen denique Christianum ponitur in initio, v. gr. Justus Takayama Ukon-no-tayū Nagafusa. Pro aliquibus paucibus valde celebris interdum adhibetur unum tantum nomen, praesertim: Nobunaga (= Oda Nobunaga), Hideyoshi (= Toyotomi Hideyoshi).

CATAGRAPHA BREVES BIOGRAFIAE SERVI DEI JUSTI TAKAYAMA UKON

1553 (Tembun 22) Circa hunc annum servus Dei natus est, probabiliter in castello Takayama in provincia Settsu (hodie intra fines urbis Ibaraki, praefectura Osaka). Nomen eius in pueritia erat Hikogorō. Familia adhuc pagana. Pater erat Takayama Hida-no-kami, dominus illius castelli . 1558 (Eiroku 1) Circa hunc annum, pater, qui erat in servitio ducis Matsunaga Danjō Hisahide, factus est capitanus castelli Sawa in provincia Yamato (hodie praefectura Nara). Eodem tempore, vel paulo post, uxor cum filiis secuta est eum in idem castellum . 1563 (Eiroku 6) Mense Maio vel Junio conversio patris, qui baptizatus est a P. Gaspare Vilela, S.J., in urbe Nara, nomine Dario imposito. Dario rogante, Frater Laurentius japonensis se contulit in castellum Sawa, ubi debita instructione facta, uxor Darii cum filiis, necnon multis vasallis baptizata est. Uxori impositum fuit nomen Mariae, filio Hikogorō vero nomen Justus . 1565 (Eiroku 8) Mense Maio Frater Luis de Almeida, S.J., visitavit castellum Sawa. Ipse narrat in epistola sua de perpulchro oratorio ibi exstructo et de fervore ducis Takayama omniumque neophytorum. -- Die 17. Junii, Shogun Ashikaga Yoshiteru interfecto iterumque bello exorto, castellum Sawa propter inopiam militum et munitionum non longius defendi potuit. Ideo relicto castello Sawa, Darius Takayama cum familia et militibus revertit in castellum Takayama . 1568 (Eiroku 11) Dux Oda Nobunaga victoriam nactus super rebellos, 18. Octobris in urbem Miyako (Kyoto) intravit, instituit Ashikaga Yoshiaki ut Shogun, ducem Wada Koremasa ut gubernatorem urbis. Darius Takayama, amicissimus Wada Koremasa, cum eo erat. Wada Koremasa una cum Ikeda Katsumasa et Itami Chikaoki etiam superintendens provinciae Settsu nominatus, ipse sedem fixit in castello Takatsuki, Darium Takayama vero instituit capitanum castelli Akutagawa (hodie intra fines urbis Takatsuki) . 1569 (Eiroku 12) 26. Martii, P. Luis Frois, S.J., ex urbe Sakai adveniens in castellum Akutagawa, receptus est a Dario Takayama. -- Hoc anno vel sequenti, Darius Takayama, qui erat etiam unus ex consultoribus (karō) ducis Wada, vocatus est in castellum Takatsuki, quo eum secutus est tota familia. -- Abhinc missionarii, praesertim P. Frois et Fr. Laurentius, saepius venerunt in castellum Takatsuki, ut visitarent Wada Koremasa, qui erat protector optimus totius missionis in illis partibus, necnon familiam Takayama et milites Christianos . 1571 (Genki 2) Hoc anno rebellio exorta est in provincia Settsu, quando subduces domini Ikeda Katsumasa deposuerunt eum, et unus ex eis, Araki Murashige, seipsum fecit dominum castelli Itami. Cum expulsus Ikeda auxilium petivisset a regimine, Wada Koremasa cum aliis pugnam coepit contra Araki. Qua in pugna mense Augusti unus ex filiis Darii Takayama, frater Justi, interfectus est, pro cuius sepultura P. Frois et Fr. Laurentius excurrerunt in castellurn Takatsuki. -- Mense Septembri Wada Koremasa duas novas fortificationes construxit contra Araki, scil. Umazuka et Nukazuka (hodie intra fines urbis ibaraki). Darius Takayama cum suis militibus degebat in fortificatione Umazuka, ubi etiam Justus prima militaria servitia praestitit. Sed quando die 30. Augusti, Araki Murashige oppugnavit fortificationem Nukazuka, Wada Koremasa in proelio apud Shiraigawara interfectus est. Araki cum suis militibus statim se contulit contra castellum Takatsuki, sed appropinquantibus auxiliis ex urbe Miyako destitit a pugna. Deinde Nakagawa Kiyohide, unus ex commilitonibus Araki eiusque propinquus ut capitanus institutus est in castello lbaraki, Araki Murashige vero anno 1573 recognitus est ab Oda Nobunaga ut dominus et superintendens totius provinciae Settsu. In castello Takatsuki autem Wada Aigiku Korenaga, filius Koremasa, capitanus factus est, sed quia erat adhuc iuvenis, eius avus Wada Koremasu (Shuzen) pro eo gubernationem feudi exercuit. Darius Takayama eiusque filius Justus servitium praestiterunt novo duci Wada Korenaga . 1572 (Genki 3) Mense Febr. vel Martii, Wada Aigiku occidit suum avum Wada Koremasu, qui pro iuvene adhuc minore regimen exercuit, et Aigiku ipse arripuit dominium. Etiam contra Darium Takayama eiusque filium Justum invidiam habuit . 1573 (Genki 4, Tenshō 1) Die 10, Aprilis. In contentione cum Wada Korenaga, qui odio affectus contra Takayama, Darium et Justum, eosque interficere intenderat, Justus graviter vulneratus est. Sed etiam Wada Korenaga, vulnere lethali affectus, sequinti die cum suis castellum relinquit fugiens in urbem Fushimi, ubi die 16. mortuum esse dicitur. Darius Takayama defacto capitanus castelli evasit et paulo post legaliter ab Araki Murashige (qui hoc anno ab Oda Nobunaga dominus et superintendens totius provinciae Settsu nominatus erat) recognitus est. Sub fine vero eiusdem anni Darius renunciavit gubernium, quod filio Justo interdum a vulnere recuperato, tradidit. Justus vero nomen Nagafusa necnon titulum Ukon-no-suke accepit (secundum aliquos auctores, Justus primo nomen accepit Shigetomo, quo in nomine prima syllaba “Shige” recepta esset ab Araki Murshige; postea vero, probabiliter post 1579, scil. post expulsionem Araki Murashige, nomen mutavit in Nagafusa, ita ut primus character “Naga” significaret submissionem sub Oda Nobunaga, vel etiam ab ipso Nobunaga ei collatus sit). 1574 (Tenshō 2) Cura Darii in oppido Takatsuki perpulchrum sacellum aedificatum est. -- Probabiliter hoc anno Justus matrimonium iniit cum Justa, filia domini castelli Yono (provincia Settsu). -- Quando Superior Missionis P. Franciscus Cabral, instituit visitationem districtus Japoniae centralis (2. Apr. - 6. Sept.), in fine per aliquot dies degit in castello Takatsuki, qua occasione a P. Frois et Fratribus Japonicis eum comitantibus, instructio intensiva pro omnibus fidelibus et catechumenis instituta est. Etiam Justus maximum fervorem ostendens, non tantum profundius doctrinam Christianam intellexisse, sed etiam zelo apostolico incensus eam quasi catechista aliis tradere potuisse dicitur . 1575 (Tenshō 3) Darius eiusque filius Justus multum iuvamen praestaverunt et consiliis suis et opibus pro constructione novae ecclesiae perpulchrae in urbe Miyako . 1576 (Tenshō 4) Die 1. Januarii, P. Frois, a Superiore Missionis vocatus in districtum Bungo, in suo itinere visitavit castellum Takatsuki, deinde cum Dario profectus est in castellum Itami, ut visitaret ducem Araki Murashige eique traderet litteras a P. Superiore Fr. Cabral. -- Hoc anno coepit constructio novi castelli Azuchi, ubi dux Oda Nobunaga sibi novam residentiam aedificare intendit. Justus etiam participavit in laboribus cum suis subditis et operariis . 1577 (Tenshô 5) Initio anni Justus cum militibus et operariis in Azuchi degit, ubi pro constructione novi castelli opera dedit . 1578 (Tenshō 6) Die 6. Januarii, Justus invitavit magistros Sen-no-Rikyū et Tsuda Sōkyū ad caeremoniam “Chanoyu”. Quod videtur esse secunda mentio Justi uti discipuli illius artis -- Sub fine anni Araki Murashige, dominus provinciae Settsu, rebellionem coepit contra ducem Oda Nobunaga. Justus semel atque iterum eum admonuit ad fidelitatem, sed frustra. Cum primum Nobunaga nuntium accepit de rebellione, exercitum misit usque ad fines provinciae Settsu, ipseque secutus est die 8. Decembris et castra posuit in monte Amanoyama, in facie castelli Takatsuki. Eodem autem tempore missionarii urbis Miyako in custodiam posuit, P. Organtino vero et Fr. Japonicum Laurentium in sua castra vocavit. Quia minatus est Nobunaga, quominus destrueret ecclesias et interdiceret religionem Christianam, nisi Justus castellum traderet, ille in maximum dilemma incidit. In fine dominium castelli et feudi renunciavit et descendit in castra ducis Nobunaga, resolutione facta mundo valedicere et vitam pro servitio ecclesiae dedicare. Die 13. Decembris (sec. Nakagawa-kafu vero die 11. Dec.) apparuit in castris ducis Nobunaga, et sequenti die ab illo benigne receptus est . 1579 (Tenshō 7) Castello Itami capto et rebellione Araki finita, Justus a duce Nobunaga re-institutus est dominus castelli Takatsuki, pater vero Darius, qui ad pedes Araki fugerat, in provinciam Echizen expulsus est, ubi in oppido Kitanoshō (hodie Fukui) detentus fuit sub custodia ducis Shibata Katsuie usque ad mortem ducis Oda Nobunaga. Eodem bello etiam mater uxoris Justi et tota familia Kuroda, quia sub ditione Araki fuerant, feudum suum et castellum Yono perdiderunt, sed ab Justo recepti sunt in castello Takatsuki. Quod quidem eis fuit maxima fortuna, quia ii, qui a fide recesserant reverterunt, qui vero nondum Christiani erant baptizati sunt. -- Die 28. Maii, Justus a duce Nobunaga ut praemium recepit pro servitio praestito feudum Gokashō, vicinum proprio feudo Takayama. -- Die 15. Augusti, Justus approbavit templum Ninjōji eiusque reditus in novo territorio. 1580 (Tenshō 8) Intercessione Justi, Oda Nobunaga in oppido Azuchi, ubi novam suam residentiam aedificaverat, fundum donavit pro aedificanda Ecclesia et Seminario, die dominica Pentecostes, scil. 22. Maii. Ideo Seminarium ibi aedificatum est, pro cuius constructione Justus laboratores misit, necnon materia et pecunia maximo auxilio fuit. Eodem die etiam Takayama Ukon situm pro suo domicilio proprio in Azuchi a Nobunaga recepit . 1581 (Tenshō 9) Mense Martii, P. Visitator Alessandro Valignano ecclesiam Takatsuki visitavit ibique solemnitatem Hebdomadae Sanctae et festum Resurrectionis D. N. J. Ch. (26. Martii) peregit, qua occasione 500 fere homines aqua Baptismatis lauti sunt. Deinde durante visitatione Justus Takayama saepe convenit cum P. Visitatore eumque introduxit apud ducem Oda Nobunaga. Justo rogante, P. Visitator iterum profectus est in urbem Takatsuki, ubi festum Corporis D. N. J. Ch. (25. Maii) peregit maxima cum pompa. Qua occasione 1,500 homines baptizati sunt. Post festum Corporis D. N. J. Ch., invitationem Justi sequens P. Visitator etiam visitavit totum feudum Justi, ubi iam exstabant 20 oratoria vel sacella. Postea P. Visitator rogationibus Justi annuens promisit missionarios pro Ecclesia Takatsuki. Sub fine huius anni a P. Visitatore missi sunt in urbem Takatsuki ut missionarii stabiles P. Giuseppe Forlanetti et Frater Japonicus Vincentius Tōin cum pluribus catechistis (dōjuku) et ita residencia S. J. in illa urbe condita est. Ad districtum missionis Takatsuki vero pertinebant praeter feudum Justi etiam alii districtus provinciae Settsu, necnon provinciae Kawachi ultra flumen Yodogawa sitae (Proinde cautio adhibenda est quoad statistica missionis Takatsuki, quae non tantum agunt de feudo proprio Justi, sed de toto districtu). P. S.: Durante visitatione P. Visitatoris, P. Luis Frois qui unus ex eius sociis erat, mense Maii excurrit in provinciam Echizen, ut visitaret Darium Takayama ibi in exilio degentet. 1582 (Tenshō 10) In fine mensis Martii Oda Nobunaga mandavit, ut praepararent expediciones contra Mōri Terumoto et alios duces provinciarum Chūgoku. Etiam Takayama Ukon praeparationibus necessaries finites, cum suis militibus profectus est versus Chūgoku, relinquens tantum 20 milites pro custodia castelli Takatsuki. Die vero 21. Junii Akechi Mitsuhide, qui designatus est dux Exercitii, rebelionem fecit contra Nobunaga, et iste interfectus est in templo Honnōji (Kyoto). Statim Toyotomi Hideyoshi decidit reverti ad Kyoto, deinde Takayama et Nakagawa Kiyohide designate sunt ut duces primae aciei. Post bellum Yamazaki Akechi in fuga interfectus est a rusticis. Ut praemium Takayama reditum 4,000 koku orizoe, inter quas erat districus Nose, adiacens feudum proprium Takayama. Die 12. Novembris, inter solemnia funera a Hideyoshi pro Oda Nobunaga institute in Templo Daitokuji (Kyoto), Justus recusavit ponere incensum modo buddhistico, omnibus exhibens testimonium fidei Christianae. Sub fine anni, alumni Seminarii Azuchi, cuius aedes in rebellione Akechi incendio deletae errant, refugium invenerunt in urbe Takatsuki, ubi sumptibus Justi novae aedes erectae sunt . 1583 (Tenshō 11) Sub fine anni antecedenti Hideyoshi coepit pugnam contra familia Oda. Takayama erat semper in prima acie. Obtenta victoria contra Gifu, ex provincia Echizen Shibata Katsuie cum magno exercitu venirent contra Hideyoshi. Justus et Nakagawa positi sunt, die 10 maii, in montes Iwasaki et Ōiwa (Shizugadake), ubi castra sua construxerunt. Die 11. Junii, Sakuma Morimasa, unus ex subducibus inimicorum, de subito cum sua cohorte aggressus est castra Nakagawa et Takayama. Nakagawa Kiyohide in pugna fecit suicidium, Justus vero cum perpaucis tantum militibus periculum evasit. Mense Septembri consilio Justi, P.·Organtino visitavit ducem Hideyoshi et petiit fundum pro ecclesia in urbe Osaka, ubi Hideyoshi residentiam suam fixit et magnum castellum extruxit. Hideyoshi laetus fundum approprium donavit. Deinde aedificia ecclesiae Okayama (prov. Kawachi) in urbem Osaka translata sunt, quae opera et sumptus omnia a Justo praestita sunt. In festo Nativitatis D. N. J. Chr. prima missa in nova ecclesia Osacaensi celebrata est . 1584 (Tenshō 12) Tempore Quadragesimo Justus in castello suo Takatsuki degens omnibus praebuit exemplum fidei et devotionis. Sed sub fine mensis Martii iussu Hideyoshi cum militibus suis iterum ad servitia militaria vocatus est. Die 24. Martii, sabbato ante Dominicam Palmarum, quando degebat in urbe Miyako, ecclesiam visitavit, deinde progressus est in castellum Nagahama (prov. Ōmi). In fine mensis Aprilis, Hideyoshi expeditionem coepit contra Oda Nobuo et Tokugawa Ieyasu. Die 13. Maii in pugna apud Komakiyama, in qua etiam Justus cum suis militibus participavit, exercitus Hideyoshi devictus est. Ideo Hideyoshi pacem fecit cum Ieyasu. Die 17. Novembris, Hideyoshi in castello Osaka pomposam ceremoniam Chanoyu instituit per spatium totius diei, ad quam omnes magistri famosi illius artis, necnon omnes duces militares convocati sunt. Etiam Justus Takayama Ukon cum suis amicis adfuit . 1585 (Tenshō 13) Die 21. Aprilis. Hideyoshi coepit expeditionem in provinciam Kii, contra bonzios templi Negoro-dera, et agricolas districtus Saika, dividens copias suas, ita ut ipse contra templum Negoro-dera Hidetsugu contra arcem Sengokubori, duces Gamō Ujisato et Hosokawa Tadaoki contra Shakuzenji, Takayama Ukon et Nakagawa Tōbyōe (filius Nakagawa Kiyohide) contra arcem Hama-no-shiro pugnaverunt. Quando Hideyoshi multa templa illius regionis destruere mandavit, Justus Takayama porticum perpulchrum unius templi erogavit a Hideyoshi, illumque donavit pro ecclesia nova in Osaka. Mense Junii iussu Hideyoshi expeditio facta est in insulam Shikoku contra Chōsokabe Motochika, dominum trium provinciarum. Die 25. Junii iterum mandatum advenit, ut omnes duces usque ad diem 13. Julii convenirent. Die 20. Julii in pugna contra castellum Kitsu (in provincia Awa) Takayama Ukon et Nakagawa Tōbyōe excelluerunt in prima acie. Castello capto Chōsokabe pacem fecit, exercitus Hideyoshi in urbem Osaka revertit. -- Die 6. Augustii, Hideyoshi titulum Kampaku accepit, et cognomen Hashiba mutavit in Toyotomi. In fine mensis Octobris, probabiliter die 25. Justus translatus est in feudum Akashi, ubi recepit reditus 30,000 koku orizae. Ibi novum castellum construxit in loco Funage dicto. Bonzii urbis Akashi detrimentum suae religionis timentes demonstrationem fecerunt contra Justum, portantes idola et statuas suas secum in urbem Osaka, sed a Hideyoshi repudiati sunt. Instituta est nova missio in urbe Akashi necnon residentia S. J. condita . 1586 (Tenshō 14) Mense Aprilis ac Maii, Vice-provincialis P. Gaspar Coelho visitationem instituit districtus “Kami”; in itinere etiam visitavit residentiam Akashi. Die 6. Maii, Vice-provincialis in Osaka receptus est a Hideyoshi, qua in audiencia praeter PP. Organtino et Frois interfuerunt etiam Justus Takayama Ukon et Simon Ai Ryōsa, secretarius ducis Hideyoshi . 1587 (Tenshō 15) Justus in exercitu ducis Hideyoshi profectus est in insulam Kyushu, secum ducens 700 fere milites. Hideyoshi ipse die 8. Aprilis ex Osaka profectus, die 9. in castello Akashi degebat. Justus Takayama, una cum Nakagawa Tōbyōe, Furuta Oribe, Seta Kamon et aliis erant in prima cohorte. Quando exercitus diebus 26.-29. Aprilis iter fecit per provinciam Suō, Justus occasionem capiens, visitavit Patres et Fratres S. J., qui tunc in urbe Yamaguchi degebant. Mense Maii exercitus procedit in insulam Kyushu, ubi durante proelio contra ducem Shimazu, descendit usque ad Kajiki in provincia Satsuma. Mense Julio, expeditione finita, Hideyoshi castra sua posuit prope templum Hakosaki in vicinitate urbis Hakata (hodie: Fukuoka), ubi reorganisavit provincias insulae Kyushu. Die autem 24. Julii, sub initio noctis, inexspectato Hideyoshi mandavit Justo Takayama Ukon, ut renunciaret fidem Christianam. Justus vero constanter fidem servavit, ideo eadem nocte degradatus et expulsus est. Simul etiam missionariis foraneis mandatum est, ut omnes convenirent in portum Hirado, ut data occasione e Japonia expellantur. -- Justus quidem eadem nocte se abscondit in quadam insula prope portum Hakata, postea vero se contulit in insulam Awaji, deinde tandem procurante Augustino Konishi Yukinaga, refugium invenit in insula Shōdoshima, quae pertinebat ad ditionem Augustini. Ibi Justus una cum P. Organtino in montibus occultus degebat usque ad mensem Julium sequentis anni . 1588 (Tenshō 16) Die 8. Julii, Augustinus Konishi Yukinaga, dux Christianus et amicus Justi, translatus est in feudum Uto in provincia Higo (in insula Kyushu). Propterea Justus Takayama, qui non longius potuit degere in insula Shōdojima, sequens eum in insulam Kyushu, visitavit Patres S.J., in Nagasaki, deinde fecit exercitia spiritualia in Novitiato Arie (provincia Arima). Postea vero, iussu Hideyoshi, se contulit in partes septentrionales, ubi primo sub custodia, ducis Maeda Toshiie positus, post aliquot vero tempus ab ipso duce Maeda reditus 20,000 koku (praeterea 3,000 koku pro sustentatione patris Darii) accepit in provinciis Kaga et Noto, eique servivit ut consiliarius . 1590 (Tenshō 18) Justus participavit in expeditione contra ducem Hōjō in partibus Kantō dictis, serviens ut consiliarius militaris in exercitu Maeda. Die 21, Martii exercitus egressus est; die 23. Maii, expugnavit castellum Matsuida in provincia Kōzuke; die 25. Maii adveniens ante castellum Odawara, cohortes Maeda se coniunxerunt cum copiis Hideyoshi et aliorum ducum. Die 15. Julii, cohortes Maeda expugnaverunt castellum Hachigata (prov. Musashi); die 24. eiusdem mensis castellum Hachiōji in eadem provincia. Quando tandem die 9. Augusti Odawara, castellum principale ducis Hōjō, expugnatum fuit, milites Maeda in prima acie pugnantes primi in eum intraverunt. Justus in hac expeditione nullo modo fidem Christianam occultans, loco signaculi familiae Takayama in vecillo suo crucem depinxit, in tabernaculo suo locum orationis praeparavit, ita ut omnes qui eum inviserunt, exstupefacti sint. Excelluit Justus etiam fortitudine et prudencia, ita ut ipse Hideyoshi eum laudaret. Attamen tunc tempore Hideyoshi non iam eum admittere voluit in suam praesentiam. -- Mense Octobris exercitus Hideyoshi revertit in urbem Kyoto, ubi victoria celebrata est. Videtur quod etiam cohortes Maeda in Kyoto erant, et inter eas Justus Takayama, quia participavit in ceremonia Chanoyu (vide infra) . 1591 (Tenshō 19) Die 22. Januarii, iterum die 18. Februarii, Justus invitatus est a magistro Sen Rikyū ad ceremoniam Chanoyu. P. Visitator Alessandro Valignano, in capacitate Legati Vice-Regis Indiae in Japoniam appulsus, die 3. Martii ab Hideyoshi in solemni ceremonia receptus est. Postea per aliquot hebdomadas in regione Kyoto degens, et ipse et Patres, qui cum eo venerant, pro viribus Christianis illius regionis adstiterunt. Justus, ut primum adventum P. Visitatoris audivit, ex provincia Kaga in urbem Osaka advolans, non tantum visitavit eum, sed multum adiuvavit eum suis consiliis. Quando vero propositum fecit, mundum relinquere et in aliqua provincia remota vitam religiosam et apostolicam degere, P. Visitator opposuit eum indicans, eum adhuc responsabilitatem habere pro sustentatione suae familiae, necnon in futurum iterum pro ecclesia optime laborare posse . 1592 (Tenshō 20) Hoc anno Hideyoshi expeditionem contra regnum Coreanum instituit, portum Nagoya in provincia Hizen ut castra et centrum operationum militarium construxit, ipsemet initio anni ibi se contulit. Justus Takayama Ukon etiam profectus est in portum Nagoya cum militibus ducis Maeda Toshiie, qui die 28. Aprilis urbem Kyoto relinquentes in Nagoya advenerunt sub fine mensis Maii. Post duos menses, scil. mense Julio, Justus ab Hideyoshi invitatus est ad ceremoniam Chanoyu, ideoque de facto rehabilitatus fuit. Post abitum ducis Hideyoshi (28. Sept. 1592), qui in urbem Osaka revertit ad invisendum matrem suam aegrotantem, Justus usque ad urbem Nagasaki profectus est, ut ibi Patres et Fratres S.J. visitaret. -- Die 29. Decembris in castris Nagoya Justus invitavit amicum Kamiya Sōtan ad ceremoniam Chanoyu .

1593 (Bunroku 2) Tempore Quadragesimae, rogatu Justi Takayama et Vincentii Konishi Josei, sacerdos quidam ex Nagasaki excurrit in castra Nagoya, ut Christianorum confessiones audiret et Missae sacrificia pro eis offerret. -- Die 30. Julii, Justus iterum invitavit Kamiya Sōtan ad ceremoniam Chanoyu . -- Quando nuntium accepit de patre Dario aegrotante, licentiam petivit redeundi in provinciam. In via ex ecclesia Kyoto P. Franciscum Perez et Fratrem Japonicum Vincentium Tōin secum duxit, ut confortarent patrem aegrotantem sacramentis et solatiis Ecclesiae, necnon administrarent sacramenta Christianis illius regionis. Quando vero Pater revertit, Justus secutus est eum cum patre aegroto, et prope urbern Kyoto aedes pro parte commutavit. Justus etiam pro seipso et familia sua in ipsa urbe novas aedes condidit. 1594 (Bunroku 3) Die 27. Maii, Justus in Kyoto degens attendit ceremoniam Chanoyu in palatio ducis Maeda, quando dux Hideyoshi illum visitavit . 1595 (Bunroku 4) De mense et die non constat. Hoc anno Darius Takayama in aedibus prope urbem Kyoto pie in Domino mortuus est, adstantibus filio Justo totaque sua familia. Sepultus est temporaliter intra fines aedium Justi, postea vero eius corpus translatum esse dicitur in urbem Nagasaki. Die 17. Martii, Justus etiam antiquo amico et spirituali filio suo Leoni Gamō Ujisato piis orationibus eum confortans in hora mortis adstabat. Die 3. Decembris, quando in palatio Maeda solemnis ceremonia Chanoyu peracta est, Justus etiam interfuit . 1596 (Keichō 1) Die 16. Novembris, Episcopus Petrus Martins, sub titulo legati Vice-Regis Indiae, ab Hideyoshi in palatio Fushimi solemniter receptus est, deinde Episcopus fidelibus in districtu Kyoto Sacramentum Confirmationis administravit. Probabiliter etiam Justus hac occasione cum sua familia Sacramentum Confirmationis recepit. Initio mensis Octobris navis quaedam Hispanica (San Felipe) in tempestate detrimento afflicta refugium petiit in portu Urado (provincia Tosa, in insula Shikoku). Qua occasione rixus exortus inter capitanum navis et emissorios Hideyoshi ansam dedit ad novam promulgationem edicti contra Christianos. Tandem 26 Patres et Fratres, Franciscani et Jesuitae, cum aliquibus fidelibus in Nagasaki ducti ibique die 5. Februarii sequentis anni cruci affixi vitam pro Christo dederunt (SS. 26 Martyres Japonenses). Justus Takayama, tunc in urbe Miyako (Kyoto) degens, cum primum audivit de persecutione exorta, martyrium desiderans advolavit ad ducem Maeda, ut valediceret, sed ab illo refraenatus est . 1597 (Keichō 2) Die 5. Februarii 26 martyres in Nagasaki mortui sunt. Paulo post edictum contra religionem Christianam de novo promulgatum est. Propterea omnis activitas apostolica impossibilis facta est. 1598 (Keichō 3) Die 16. Sept. Hideyoshi mortuus est. 1599 (Keichō 4) Die 27. Aprilis, in Fushimi mortuus est dux Maeda Toshiie, antiquus amicus at protector, necnon dominus immediatus Justi Takayama Ukon. Undecim dies ante mortem dux Maeda testamentum suum fecit, scil. die 16. Aprilis, in quo Justum ut hominem rectum et fidelem laudavit eiusque curam filio Toshinaga enixe commendavit. Licet Maeda Toshiie filio Toshinaga commendaverit, ne abiret ex Fushimi, ille tandem pressus a Tokugawa Ieyasu, qui ipse potestatem arripere intendit, mense Septembri in provinciam suam revertit. Ideo etiam Justus Takayama eum secutus est in urbem Kanazawa, caput et centrum provinciae Kaga, ibique degit usque ad expulsionem, anno 1614 . 1600 (Keichō 5) In contentione pro potestate tandem Tokugawa Ieyasu, victor evadens in proelio apud Sekigahara mense Septembris, fundamentum posuit pro regimine dictatorio domus Tokugawa, quod per tria fere saecula durabat (1600-1868). Exercitus ducis Maeda, licet non participavit in ipsa pugna apud Sekigahara, tamen involutus est in operationibus militaribus, praesertim in expugnatione castellorum Komatsu et Daishōji in provincia Kaga. Justus Takayama etiam participavit ut consiliarius, et iterum se distinxit prudentia et vigilantia . 1601 (Keichō 6) Justus, qui abhinc in fontibus sub nomine “Minami-no-bō” (Interdum etiam pronunciatur “Nambō”), vel “Tōhaku” apparet, in urbe Kanazawa (prov. Kaga) degens fruebatur reditibus 20,000 koku orizae, quorum maior pars videtur fuisse in provincia Noto. Illuc fratrem suum Tarōemon necnon multos ex suis propinquis et antiquis vasallis Christianis vocavit eisque sustentationem pro vita praebuit, omnes quidem fere 600 cum suis familiis. In Kanazawa, capite provinciae Kaga, suis sumptibus exstruxit sacellum et aedes pro missionariis, qui quoque anno ex urbe Kyoto excurrebant in illam Provinciam. Ipse erat amicus intimus ducis Maeda Toshinaga, cui etiam servivit ut consiliarius. Excelluit quoque ut magister artis Chanoyu . 1602 (Keichō 7) Justo instante, dux Maeda litteras dedit ad Vice-provincialem S. J. petens, ut Residenciam Societatis in urbe Kanazawa conderet. Quod vero propter inopiam operariorum nonam concedi potuit. Sed quoque anno Patres ex urbe Kyoto visitaverunt fideles illius provinciae. -- Die 29. Septembris Justus interfuit solemnitati Chanoyu . 1603 (Keichō 8) Praeter ecclesiam in urbe Kanazawa etiam duo sacella erecta sunt in terris, quas Justus possidebat in provincia Noto, quorum unum curae traditum est fratri Tarōemon. – Hoc anno etiam filia Justi matrimonio iuncta est cum Yokoyama Yasuharu, filio unius ex consiliariis provinciae . 1604 (Keichō 9) Hoc anno residencia S. J. in urbe Kanazawa inchoate est, et circa finem anni sacerdos unus et Frater Coadjutor unus cum nonnullis catechistis ibi sedem fixerunt. Quae residencia instituta est iteratis rogationibus Justi, et usque ad expulsionem missionariorum 1614 praesertim cura et sumptibus Justi (“sub umbra Justi”) continuata est. Missionarii ibi degentes curam susceperunt non solum pro fidelibus ipsius urbis Kanazawa et ditionis ducis Maeda, sed etiam excurrebant in varias provincias finitimas .   1605 (Keichō 10) Die 12. Augusti dux Maeda Toshinaga gubernationem provinciae tradidit filio suo adoptivo Toshitsune (1593-1658; de facto erat frater minor ducis Toshinaga, qui nullos liberos habuit). Dux Toshinaga se recepit in castellum Toyama (prov. Etchū), ubi fruebatur reditibus 220,000 koku, necnon de facto maximum influxum exercuit in gubernatione provinciae. Justus Takayama non solum in aedificatione castelli Toyama participavit, sed videtur potius stetisse cum duce Toshinaga. Ideo abhinc nomen eius non iam apparet in documentis gubernii provinciae . 1606 (Keichō 11) In documento aliquot diei 17. Octobris, quo remittuntur agricolis vici Hakui in provincia Noto vectigalia, sed in eorum loco imponitur obligatio servitii in navibus et salinis, apparuit inter nomina consiliariorum provinciae etiam nomen Justi, et quidem “Tōhaku”. Vicus vero Hakui videtur pertinesse ad feudum Justi, quem habebat in provincia Noto . 1607 (Keichō 12) Mortua est Maria, mater Justi, quae ab omnibus, etiam non-Christianis tamquam sancta venerata est. Eodem anno etiam filius Justi et uxor illius mortui sunt, relinquentes quinque liberos adhuc parvos, qui postea Justum secuti sunt in exilium . 1608 (Keichō 13) Die 27. Aprilis castellum Toyama incendio deletum est. Dux Maeda Toshinaga determinavit, novum castellum non in Toyama, sed in loco Sekino dicto exstruere. Justus unus fuit ex superintendentibus (bugyō) constructionis novi castelli. Dux Toshinaga die 10. Octobris intravit in novum castellum, cuius nomen mutatum est in Takaoka . 1614 (Keichō 19) Initio mensis Februarii edictum prohibitionis religionis Christianae promulgatum est. Ideo die 11. Februarii missionarii urbem Kanazawa relinquere coacti in urbem Osaka profecti sunt, ubi omnes Patres et Fratres districtus “Kami” convenerunt. Die 23. se contulerunt in portum Nagasaki. -- Die 14. Februarii, JustoTakayama et Joanni Naitō nuntiatum est, ut cum suis familiis in partes Miyako exirent. Ideo sequenti die 15. omnes reliquerunt urbem Kanazawa et iter fecerunt usque ad Sakamoto, ubi per unum fere mensem ulteriora mandata regiminis centralis exspectaturi detenti sunt. Tandem die 26. Martii litterae a gubernio advenerunt mandantes, ut familiae Takayama et Naitō in portum Nagasaki procederent. Ideo ascenderunt naves in urbe Osaka, et ultimo die mensis Aprilis in portum Nagasaki advenerunt. Dum degebant in Nagasaki, Justus Takayama et Joannes Naitō fecerunt exercitia spiritualia sub directione P. Petri Morejon, et confessione generali se praeparaverunt pro martyrio, quod exspectabant. Tandem mandatum ex capite Edo advenit, ut omnes missionarii, catechistae et alumni Seminarii, necnon Justus Takayama et Joannes Naitō cum suis familiis ex Japonia expellendi sint. -- Die 7. vel 8. novembris omnes naves ascenderunt. Justus et Joannes cum suis familiis secuti sunt P. Petrum Morejon et Patres Hispanicos in insulas Philippinas. Post navigium 40 dierum, die 21. Decembris advenerunt in portu Manila, ubi ab omnibus uti martyres pro fide Christiana recepti sunt . 1615 (Keichō 20) Paulo post adventum in urbe Manila Justus, aetate et aerumnis navigii exhaustus, aegrotari coepit. Die 3. Februarii pie in Domino mortuus est, ab omnibus laudatus uti confessor et vere martyr pro Christo. Exequiae et funera solemnia per spatium unius hebdomadae cum magno concursu populi celebrata sunt. Sepultus est in Ecclesia Collegii Societatis Jesu .


2. MARTYRIUM FORMALE EX PARTE PERSECUTORUM: ODIUM FIDEI

ANTON WITWER S.J.


INTRODUZIONE: LO SFONDO DELLA PERSECUZIONE

Nell’aprile 1549 Francesco Saverio partì dall’India per il Giappone, insieme con due confratelli e tre giapponesi cristiani che avevano studiato nel nostro collegio di Goa. Dopo essere stati istruiti nel catechismo, si lasciarono battezzare, fecero gli esercizi spirituali con grande raccoglimento e furono desiderosi di farsi strumenti nelle mani del Signore e di annunciarlo ad altri . Con essi Francesco Saverio incominciò l’opera dell’evangelizzazione del Giappone, dove si fermò fino al 16 novembre 1551 . In questa missione egli si sentì condotto da Dio e perciò fu pieno di speranza che la fede cristiana sarebbe stata accolta dai giapponesi: “Magnam spem habeo fore ut nos incolumes Deus perducat, ut suum in Japonia nomen audiatur aliquando, ac celebretur” . Dopo il suo arrivo in Giappone il 15 agosto 1549, alla speranza in Dio si aggiunse in modo crescente la convinzione che questo popolo era desideroso di conoscere il vangelo:

Escríuenme daquella tierra los portogeses, que [h]á grande desposiçión para se augmentar nuestra sancta fee por ser la gente mucho discreta y auisada, allegada á la rezón, deseosa de saber. Confío en Dios nuestro Señor, que se a de hazer mucho fructo en algunos y en todos los japonés, digo en sus animas, si nuestros peccados no lo empidieren para no querer Dios nuestro Señor seruirse de nós.

Chegamos a esta cidade de Malaca meus dous companheiros e tres japõis e eu o deradeiro de Maio do anno de 1549. Chegando a esta cidade de Malaca nos derão muitas novas de Japão, por cartas de mercadores portugeses que de lá me esprevyão, em que me fazião saber que hum senhor grande daquelas ilhas de Japão quería ser christão, e pera isto que pedia, por huma embaixada que mandava ao Governador da India, Padres pera lhe decrararem nossa ley.

Le domande di inviare padri in Giappone in grado di spiegare la fede cristiana e le esperienze con i tre giapponesi cristiani fecero accrescere in Francesco Saverio la compassione e l’amore per quella gente che viveva ancora nelle tenebre non conoscendo Gesù Cristo. “Unus ex his Paulus S. Fidei nominatur; hunc ego audivi cum ingemiscens, cebroque suspirans diceret: O vos miseros Japones, qui pro Diis ea colitis, quae Deus ad usus effecit humanos. Tum ego quid ita? Inquam; et ille, rogas? Inquit. An non caeci sunt…?” . L’amore lo spinse ad evitare tutto ciò che avrebbe potuto creare problemi o scandalizzare i giapponesi: “Dízenme los japones, nuestros hermanos y compañeros, que con nosotros van á Japón, que se escandalizarán de nosotros los Padres de los japones si nos vieren comer carne ó peçe: imos detreminados de comer continuamente dieta antes que dar escándalo á nynguno” . Con l’arrivo in Giappone aumentò ancora la sua stima per quel popolo e sempre più chiaramente egli si rese conto delle caratteristiche particolari di esso. Non si trattava affatto di caratteristiche indifferenti e, quindi, di poca importanza, ma esse riguardavano in gran parte valori morali e spirituali che non solo condizionavano fortemente il modo di vivere la fede cristiana ma di conseguenza anche la sua percezione da parte dei non-cristiani.

De Japán, por la experiencia que de la tierra teniemos, os hago á saber lo que de él tenemos alcançado. Primeramente la gente, que hasta agora tenemos conversado, es la mejor hasta agora descubierta; y me parece que entre gente infiel no se hallará otra que gane á los japones. Es gente de muy buena conversación, y generalmente buena y no maliciosa: gente de honra mucho á maravilla: estiman más la honra que ninguna otra cosa: es gente pobre el general, y la pobresa entre los fidalgos y los que no lo son no la tienen por afronta. Tienen una cosa que ninguna de las partes de los christianos me parece que tienen, y es esta: que los hidalgos por mui pobres que sean, los que no son hidalgos por muchas [riquezas] que tengan, tanta honra hazen á el hidalgo mui pobre quanta le harían si fuesse rico; y por ningún precio cazaría un hidalgo mui pobre con otra casta que no es hidalga, aunque le diessem muchas riquesas; y esto hazen por les parecer que pierden de su honra cazando con casta baxa; de manera que más estiman la honra que las riquezas. Es gente de muchas cortesías unos con otros: precian mucho las armas y confían mucho en ellas: siempre traen espadas y puñales, y esto toda gente, assí hidalgos como gente baxa, de hedad de quatorze años traen ia espadas y puñal.

L’impegno di conservare il proprio onore davanti agli altri rende questa gente capace di rinunciare e di relativizzare altri valori e, quindi, più disposta all’ascesi e ad una vita austera. Inoltre garantisce il buon ordine sociale e il rispetto vicendevole fra le persone, cioè i rapporti tra i giapponesi sono stabili e caratterizzati da una fedeltà molto profonda, radicata nel timore reverenziale. Il profondo rispetto verso i nobili o i padroni della terra favorisce la disponibilità al servizio altruista e la lealtà incondizionata alla persona a cui servono. Per l’onore essi sono pronti a offrire la vita, addirittura a suicidarsi.

Es gente que no sufre injurias ningunas ni palabras dichas con desprecio. La gente que no es hidalga tiene mucho acatamiento á los hidalgos, y todos los hidalgos se precian mucho de servir á el señor de la tierra, y son mui sojetos á él; y esto me parece que hazen por les parecer que, haziendo el contrario, pierden de su honra, más que por el castigo que del señor recebirían si el contrario hiziessem. Es gente sobria en el comer, aunque en el beber son algún tanto largos; y beben vino de arros, porque no ay viñas en estas partes. Son hombres que nunca juegan, porque les parece que es grande deshonra, pues los que iuegan desean lo que no es suyo, y de ay pueden venir á ser ladrones. Juran poco, y quando juran es por el sol. Mucha parte de la gente sabe ler y escrevir, que es un gran remedio para con brevedad aprender las oraciones y las cosas de Dios. No tienen más de una mojer. Tierra es donde ay pocos ladrones, y esto por la mucha justiça que hazen en los que hallan que son, porque á ninguno da vida: aborréceles mucho en grande manera este vicio del hurtar. Es gente de mui buena voluntad, mui conversable y deseosa de saber.

Se i giapponesi, la “gente di molto buona volontà”, hanno deciso di aprirsi al vangelo e hanno riconosciuto Gesù Cristo come il loro vero padrone, che intendono servire in tutto senza accettare compromessi, si comprende facilmente che tale decisione può creare gravi tensioni e malintesi e portare a grandi difficoltà nei rapporti con i rispettivi “padroni”, dai quali essi dipendono nella vita quotidiana e ai quali si sentono legati. Le conseguenze sono delle prove per gli stessi cristiani, ma anche i non-cristiani possono avere l’impressione di non essere sufficientemente onorati o persino disprezzati, ciò che facilmente può provocare una reazione forte e violenta, cioè ad esempio la persecuzione di quelli che si sono decisi ad avere Gesù Cristo come padrone supremo. C’è da menzionare in questo contesto ancora un altro elemento che di per sé riguarda l’atteggiamento di fronte alla persecuzione, ma in Giappone ha condizionato anche la forma concreta del martirio di molti cristiani: la crocefissione. La passione e la croce del Signore sono importanti per Francesco Saverio certamente sin dagli esercizi spirituali, fatti a Parigi sotto la direzione di Ignazio, ma sulla base delle esperienze nella missione esse acquistano un significato sempre più centrale. Anche se non subisce una morte violenta, egli soffre il “martirio” interiormente, soprattutto vedendo altri esposti a ingiustizie e maltrattamenti senza poter intervenire in loro favore; perciò afferma di portarlo sempre con sé come ferita profonda . È la compassione verso gli altri e l’amore del Signore crocifisso che egli testimonia e lo rende “martire”. Francesco Saverio parte dall’India con il “desiderio del martirio”, come scrive ai compagni a Goa:

… yo me parto para allá por la saluación de las almas: y por el peligro grande que tengo de perder la vida temporal por socorrer á la espiritual de los próximos, voy offrecido á todo peligro de muerte, puesta toda mi confiança en Dios nuestro Señor, desseando de conformarme, quanto me fuere possible, con el dicho del euangelio, que dize: Qui enim voluerit animam suam saluam ficere, perdet eam; qui autem perdiderit eam propter me, inueniet eam.

Fermamente convinto dell’importanza grande dei martiri per l’annuncio del vangelo, egli parla con entusiasmo del martirio come modo di seguire Gesù alla croce, come sottolinea nella lettera a Simone Rodrigues il 2 febbraio 1549 parlando delle isole Molucche, le isole delle specie:

Nimirum opinor Mauricas insulas plurimos nostrae Societati martyres parituras, vt brevi non Mauri, sed Martyrij insulae sint appellandae. Itaque Socij, qui vitam profundere expetunt pro Christo, bono animo sint, praecipiantque gaudium licet; siquidem paratum habent seminarium martyriorum, vbi cupiditatem expleant suam. Nauigatio in Iaponiam ac Sinas (vt omnes mihi praenuntiant) est aerumnarum ac periculorum plenissima.

Ciò che sta al centro della predicazione di san Francesco Saverio è molto conforme al sentimento spirituale dei giapponesi. La risposta dei tre che lo accompagnano in Giappone è ben chiara: “Perguntéle muchas vezes en qué oraciones hallauan más gusto y consolación espiritual: dezíanme que en rezar la Pasión, de la qual son ellos muy deuotos. Tuvieron grandes seintimientos, consolaçiones y lágrimas en el tiempo que se exerçitaron” . Riassumendo si può constatare che ambedue, sia la predicazione dei primi Gesuiti, fortemente plasmati dagli esercizi spirituali e dalla spiritualità del seguire Cristo crocifisso, sia lo spirito con cui i giapponesi accolsero il vangelo, hanno contribuito a riconoscere nella Passione del Signore l’essenziale della fede cristiana – a riconoscere nella croce l’amore misericordioso di Dio e la redenzione: “per coloro che sono chiamati, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, ma scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (cf. 1Cor 1,23-24). La giusta identificazione del cristianesimo con la croce di Cristo non è solo il motivo principale della rapida crescita del numero dei fedeli cristiani in Giappone dopo l’opera di evangelizzazione incominciata da san Francesco Saverio, ma tale identificazione è anche la causa per cui agli occhi dei non-cristiani lo “scandalo” del cristianesimo culmina nella “croce”, facendola il segno preferito della persecuzione dei cristiani, crocifiggendoli .


LA PERSECUZIONE IN GENERE

La persecuzione dei cristiani in Giappone dal 1587 in poi è evidente ed assai documentata, anche se ci sono domande aperte rispetto ai motivi di essa . L’articolo “Martiri del Giappone” nella “Bibliotheca Sanctorum” offre un buon riassunto del tempo della persecuzione fino al 1632. Perciò, per la conferma del martirio formale da parte dei persecutori in genere, è sufficiente sottolineare alcuni fatti lì riportati e completarli con le affermazioni che si trovano nel Summarium documentorum della Positio, cercando di chiarire più precisamente il motivo della persecuzione: odium fidei. Il cristianesimo non solo fu portato da missionari stranieri in Giappone, ma da molti fu considerato una cosa estranea e, in certo senso, sospetta. La religione sconosciuta, da una parte suscitava tra i giapponesi curiosità ed interesse, ma dall’altra parte la fede cristiana provocava, sin dall’inizio, anche sentimenti di angoscia e di preoccupazione per la propria identità culturale e religiosa.

Auia cinco, o seys años, que el Padre Gaspar Vilela, y el hermano Lorenço, de la Compañía, predicauan el Euangelio en el Miaco, con tal contradición de los Bonços, y Gentiles, que el fruto era poco, y muchas vezes intentaron, o matarlos, o desterrarlos, siendo tenidos por barbaros, ignorantes, enemigos de los Camis, y Fotoques, y de la paz y bien del Reyno.

Come manifesta il decreto di Hideyoshi, i cristiani erano considerati una setta, simile alla setta Ikkōshū che confondeva la gente e metteva in disordine la vita pubblica:

Quod attinet fideles religionis Bateren, esse dicuntur quasi alia secta Ikkōshu. Illa secta Ikkōshū in provincia erexit feuda templorum, domino tributum non persolvit, tandem totam provinciam Kaga sectae Ikkōshū subiecit et dominum Togashi expulit. Proprietas eius bonziis Ikkōshū tradita est; tunc etiam in provinciam Echizen ingressi sunt, ita ut tota terra perturbata sit, ut omnibus notum est.

La crescita della comunità cattolica giapponese a più di 200.000 fedeli nel 1587 e la percezione del cristianesimo come minaccia per l’ordine pubblico certamente contribuirono a far crescere la preoccupazione nella parte anti-cristiana. Particolarmente a causa del coinvolgimento attivo di persone importanti nelle attività missionarie, come Justus Takayama Ukon ed altri, la resistenza contro i cristiani aumentò, nell’attesa del momento opportuno per l’attacco . Alla base del decreto con cui Hideyoshi proibì la fede cristiana – la “religione dei Bataren” (cioè dei padri Gesuiti) – stavano motivi politici, di potere e di preoccupazione per la sua personale posizione politica e religiosa , infatti egli scrisse nel decreto: “Japonia terra est divina (Shinkoku). Ideo non est tolerandum, ut ex terris Christianis doctrina aliqua haeretica introducatur” . Il P. Frois indica chiaramente nella relazione il manifesto odium fidei di Hideyoshi: “E como a tirano trazia já de longe, como constou de suas palavras, o peito abrazado em odio contra a ley de Deos, e não achava occazião nenhuma para quebrar com a Igreja” . Menziona le accuse addotte contro i cristiani e le ragioni per cui esse sono false, e ricorda poi anche il motivo di Hideyoshi di salvaguardare la tradizione giapponese:

Ao dia seguinte, festa do gloriozo apostolo Santiago, se levantou muito cedo e, em prezença dos fidalgos e gente nobre que alli assistia diante delle, comessou de novo com mais vehemente furor e proterva ira a fulminar blasfemias contra a sacrosanta ley divina e contra os Padres, dizendo: “Nós outros procedemos de Yzanami e Yzanagui, que forão os primeiros homens que houve em Japão, e ab initio honramos os Camis e Fotoques; e se nos deixarmos levar destes caens, perder-se há nosso culto e nossas leys.

Prendere in considerazione questo motivo è importante perché solo così diviene comprensibile la permanenza dei Gesuiti in Giappone dopo il decreto, malgrado le indicazioni opposte in esso: “Quia Patres suam doctrinam propagare et paulatim fideles congregare student, destruunt legem Buddhae in terris Japonicis, quod autem res est pessima. Ideo non est fas ulterius Patres in terra Japonica tolerare. Habeant abhinc viginti dies, ut omnia praeparent, deinde debent reverti in suas terras” . Anche se l’odio per la fede cristiana era molto profondo particolarmente tra i bonzi buddhisti, Hideyoshi agiva come politico e neanche nella sua furia contro i cristiani perdeva la stima per il “giapponese” Takayama Ukon, perciò poteva riabilitarlo più tardi e tollerare il lavoro silenzioso dei Gesuiti .

Nel 1593 sbarcarono in Giappone alcuni frati Francescani provenienti dalle Filippine, i quali, animati da eccessivo entusiasmo, ma privi di prudenza, vollero iniziare una predicazione pubblica e clamorosa, contrariamente alla tattica prudente dei Gesuiti. Complicazioni politiche tra spagnoli e giapponesi, provocarono la reazione dello shogun Hideyoshi che ordinò l’imprigionamento dei francescani e di alcuni neofiti giapponesi. Gli arresti avvennero in date differenti: sei francescani (a cui furono aggiunti tre gesuiti giapponesi) furono catturati ad Osaka il 9 dic. 1596; quindici laici giapponesi furono presi il 31 a Meaco, altri due giapponesi nell’anno seguente a Nagasaki. Eccetto questi ultimi due, i padri ed i fedeli giapponesi furono sottoposti a Meaco, ove erano stati concentrati, ad un primo supplizio: il taglio dell’orecchio sinistro ed il giro di ludibrio per la città. Anche durante il faticoso viaggio a piedi verso Nagasaki subirono l’esposizione agli insulti della folla e nello stesso tempo si cercò di farli apostatare. Il 5 febb. 1597 i ventisei prigionieri furono crocifissi e trafitti nella zona di Nagasaki denominata poi “santa collina”. Eroico fu il comportamento del padre gesuita Paolo Miki che dall’alto della croce predicò il perdono ai nemici ed ai carnefici.

Dalla relazione del P. Frois sul martirio dei 26 martiri risulta chiaramente che Hideyoshi era aderito non tanto contro i Gesuiti, “mas su enojo no fue sino contra los que vinieron de los Luzones” . Per questo motivo Maeda Toshiie (Chicugendono) poteva assicurare a Justus che i padri della Compagnia non avevano nulla da temere dal Re: “No ay de que dudar, sino que el Rey tiene expressamente dicho que no proçede aora contra los Padres de la Compañia” . Fu in modo particolare “la fede integrata nella mente giapponese” di Justus Takayama Ukon insieme al prudente modo di presentarsi dei Gesuiti che riuscirono a frenare la persecuzione dei cristiani del 1597 e a calmare l’ira di Hideyoshi. La testimonianza dei martiri di Nagasaki e il periodo di tregua che seguì fecero crescere il numero dei cristiani a 300.000 all’incirca, quando nel 1614

… lo shogun Ieyasu (Taifusama) scatenò una furiosa persecuzione che si prolungò per molti decenni causando numerosissimi martiri, ma anche molte apostasie. La cristianità giapponese venne quasi completamente distrutta. Diversi motivi determinarono le misure repressive di Ieyasu e dei suoi successori Hidetada e Iemitsu: la gelosia dei numerosi bonzi buddisti che minacciavano la vendetta degli dèi locali, il timore di un eccessivo influsso della Spagna e del Portogallo di cui i missionari erano ritenuti gli emissari, gli intrighi dei calvinisti olandesi e la stessa imprudenza di molti missionari di origine spagnola.

Tokugawa Ieyasu salì al potere già nel 1600, e per consolidarlo all’inizio evitò inutili complicazioni, stabilendo, quindi, una palese rottura con la religione cristiana. Perciò sotto il suo regime i cristiani “vivono tra paura e speranza”, scrisse il vescovo Luis de Cerqueira nel rapporto del 1603 al Papa . A causa dell’atteggiamento anti-cristiano di Ieyasu, i bonzi buddisti trovarono facilmente ascolto. Il Memorandum del bonzo Sūden del 31 gennaio 1614, approvato da Tokugawa Ieyasu, segnò l’inizio della persecuzione generale dei cristiani in Giappone, chiudendo le chiese ed espellendo i missionari .

I documenti addotti nel Summarium non mettono in dubbio che la fede cristiana è l’unico motivo della persecuzione e dell’esilio; l’odium fidei è evidente.

- Il Memorandum Bonzii Sūden indica i cristiani come un male da estirpare che mette in pericolo la sicurezza pubblica del paese:

But the Kirishitan [i.e. Christian] band have come to Japan, not only sending their merchant vessels to exchange commodities, but also longing to disseminate an evil law, to overthrow right doctrine, so that they may change the government of the country, and obtain possession of the land. This is the germ of great disaster, and must be crushed. The faction of the Bateren [i.e. Fathers] rebel against this dispensation; they disbelieve in the way of the gods, and blaspheme the true Law, violate right-doing and injure the good. If they see a condemned fellow, they run to him with joy, bow to him and do him reverence. This they say is the essence of their belief. If this is not an evil Law, what is it? They truly are the enemies of the gods and of Buddha. If this be not speedily prohibited, the safety of the state will assuredly be hereafter imperiled; and if those who are charged with ordering its affairs do not put a stop to the evil, they will expose themselves to Heaven’s rebuke.

- Il diario di un ufficiale di Tokugawa Ieyasu ricorda: “Quia religio totum Imperium Japonicum prohibita est, ii qui religionem suam non mutant, in provinciam Tsugaru expellendi sunt etc.” - e gli annali ufficiali del suo governo parlano espressamente “de prohibitione religionis Christianae” .   L’ESILIO DI JUSTUS TAKAYAMA UKON

Anche se il fatto della persecuzione in genere è manifesto, tuttavia conviene chiarire come essa riguardò Justus Takayama Ukon di persona. Perciò è opportuno domandarsi, se e in che modo egli divenne vittima delle varie ondate di persecuzione. Ciò è necessario per approfondire la questione del motivo predominante della persecuzione (martyrium formale ex parte persecutorum: odium fidei), ma è anche utile per capire meglio il suo atteggiamento nei confronti di essa (martyrium formale ex parte Servi Dei) e per intendere le cause della sua morte in esilio (martyrium materiale: ex aerumnis exilii). La prima persecuzione nel 1587 sotto la dominazione di Hideyoshi riguarda Justus direttamente: nella notte del 24 luglio i messaggeri di Toyotomi Hideyoshi lo raggiungono per chiedergli di rinunciare alla religione cristiana, della quale è considerato leader e sostenitore principale in Giappone . “… sem preceder outra couza alguma, determinou começar pela principal columna da Christandade. E assim de repente à boca da noite mandou desterrar a Justo Vcondono …” . Justus, non essendo disposto a rinunciare alla fede cristiana, sceglie la sua espulsione, la perdita dei suoi possedimenti e della sua posizione, perché solo così riuscirà a non far crescere ulteriormente l’ira di Hideyoshi e a bloccare un suo procedere ancora più crudele contro gli altri cristiani, cioè egli è disposto a offrirsi per gli altri.

… dizendolhe que, sem duvida nenhuma Quambacu se havia de alterar sobremaneira e mandá-lo logo matar, o que, ainda que para elle seria ganho, poes o tanto dezejava, que todavia era dar occazião ao tirano para mais cruelmente avexar todos os Christãos; … Estes recados he mandou Quambacu de noite hum apoz o outro, e depoes com ira soltou muitas palavras dementes e furiozas contra Vcondono, e mandou-lhe notificar a patente de seo desterro cheia de mil falsidades, indignissimas de tam generozo e insigne capitão, como elle sempre foi.

Proprio perche Justus ricopriva una posizione elevata nella gerarchia sociale e mostrava chiaramente la sua fedeltà alla fede cristiana, la persecuzione si concentrò su di lui: “Fue el principal combate contra don Iusto, lleuaronle el recaudo, dandole grande bateria, que se acomodasse al tiempo. Respondio constantemente, que la vida, y Estado daria por Quambacu; pero mucho mas por la Fè de Christo, y assi no auia que hablarle mas en esto” . Quanto la persecuzione di Hideyoshi riguardava Justus Takayama Ukon, si intuisce dalla lettera di Sixtus V, che ricorda anche il suo comportamento esemplare: “Quare, cum tu eos, qui persecutiones propter justitiam patiuntur, beatos ex verbis Domini in coelorum regno fore scias, et cui crucem ad ILLIUS exemplum tollunt, Christum sequuturos, tanquam membra subspinoso capite condolenda esse debere sentias: ut in eadem vitae ratione constanter permaneas quod facis:…” . Justus accetta la sua espulsione, contento di soffrire con Gesù Cristo: “Con esto Quambacu mandò, que fuesse desterrado y el lo aceptò, con grandes muestras de alegria” .

… muy secretamente de noche se metio en una embarcación y fue en ella apertar a una ysla de la otra banda del Facata a do no havia mas que dos a tres casas pobrisimas de pescadores, y despues se fue partido el exercito para otra ysla que esta en el Reyno de Avanji enfrente de Acaxi a do aora ocultamente reside con su padre Dario y su madre Maria y su muger, hijos y hermanos, y dizen que quando se fue Ucon pera aquella ysla desierta enfruente [enfrente] del Facata, preguntando Quanbacu por el se le respondio que no se sabia y que hera desaparecido,…

Nella casa di Maeda Toshie, dopo aver trascorso un anno nel rifugio sull’isola Shōdoshima, Justus non stava più direttamente nel mirino della persecuzione del 1596-1597. A causa della sua riabilitazione poteva muoversi più liberamente: “… de todos sus amigos fue muy festexada esta reconciliación de Justo porque ya puede andar libremente por todas partes y libre de los temores en que siempre avia de estar de quando este tirano le mandase matar…” . La notizia dei martiri di Nagasaki lasciava maturare ancora il suo desiderio di morire come martire .

La persecuzione dei cristiani intrapresa da Tokugawa Ieyasu nel 1614 vede nuovamente Justus, come figura chiave del cristianesimo in Giappone, al centro. Contro di lui e i suoi amici cristiani a Kanazawa si dirige un decreto particolare: “Takayama Ukon, qui dicitur Minami-no-bō, et Naitō Hida-no-kami, quippe qui religionem Bateren (Patrum) profiterentur; comprehensi et in urbem Kyoto ad gubernatorem Itakura Iga-no-kami missi sunt” . Riguardo a Justus Takayama Ukon il motivo dell’odium fidei da parte dei persecutori è evidente, specialmente se si prendono in considerazione i molti tentativi di varie persone di muoverlo all’apostasia. È infine la sua fermezza di fede che lo “condanna” a morte nell’esilio. “Takayama Ukon-no-tayū Yūshō Nyūdō Nambō, Naitō Hida-no-kami Yukiyasu et ceteros, quippe qui prius haeresim suam non abiciendo eamque colere continuando contra leges peccaverint, in urbem Nagasaki esse deportandos” . Gli ordini di Tokugawa Ieyasu vengono eseguiti, anche se Justus infine non arriva a Macao ma a Manila. “Takayama Ukon-no-tayū Yūshō nyūdō Nambō, Naitō Hida-no-kami Yukiyasu aliosque ex aula domus Maeda, Kagayama Hayato-no-suke aliosque ex aula domus Hosokawa, necnon viros mulieresque plus quam centum damnandos et in Macao portum in exilium mittendos esse” . “Takayama Ukon Nyūdō Nambō, Naitō Hida-no-kami, necnon plus quam centum sequaces Christianae sectae, deportatos esse in portum Macao” .



3. MARTYRIUM FORMALE EX PARTE SERVI DEI

ANTON WITWER S.J.


INTRODUZIONE: LA FEDE CRISTIANA DI JUSTUS TAKAYAMA UKON

L’atteggiamento del Servo di Dio nei confronti della persecuzione non è comprensibile in modo profondo, se non ci si rende conto di come egli intende la fede e i valori che dirigono la sua vita. I motivi che determinano le decisioni e l’agire concreto nelle diverse circostanze di vita sono condizionati sia dalla formazione e dalle esperienze fatte nel corso della vita che dal modo di intendere ed interpretare il proprio vissuto nella luce della fede. Perciò conviene ricordare a questo punto almeno succintamente quei fattori che condizionarono particolarmente la vita e l’atteggiamento di Justus Takayama Ukon sin dall’inizio e le esperienze che lo fecero maturare nella vita cristiana. Nella presente Positio, le informazioni più dettagliate sulla crescita del Servo di Dio nella fede sono offerte da Mons. Francis Xavier Mizobe Osamu nel suo contributo sulle virtù di Justus che forma il quinto capitolo dell’Informatio . Per mezzo del battesimo Justus era divenuto cristiano, ma nella sua adolescenza era ancora molto lontano dall’esserlo davvero. Senza aver ricevuto un vero insegnamento nella fede cristiana, egli visse la fede come la vide vissuta dai suoi genitori e rimase dominato dalla mentalità del tempo, cioè dalla mentalità del guerriero, fondato sul diritto del più forte e potente. Con tale spirito nel 1573 si battè in duello con Wada Aigiku Korenaga, che morì una settimana più tardi a motivo delle ferite riportate . Questo duello, in cui anche Justus riportò delle ferite che lo costrinsero a letto, significò un punto di svolta nella sua vita, facendolo riflettere sul senso più profondo di essa. La sua esperienza forte coincise con il cambio di modalità dell’attività missionaria dei Gesuiti: la catechesi fortemente apologetica e preoccupata di contrastare gli insegnamenti del Buddhismo cedette all’annuncio incentrato su Gesù Cristo. Justus rimase profondamente affascinato dai corsi di dottrina cristiana tenuti dal P. Francisco Cabral nel 1574 a Takatsuki e accolse così interiormente il messaggio del vangelo. La sua fede e il suo atteggiamento cambiarono con la presa di coscienza del Salvatore che offre se stesso per gli uomini; fu questa prima conversione a farne un “missionario” – “annunciatore di Gesù Cristo” – e il promotore più grande dell’evangelizzazione del Giappone. La sua fede fu messa alla prova quando Araki Murashige suscitò la rivolta contro Oda Nobunaga . Justus si trovò nel dilemma di scegliere a quale superiore sottostare, perché per dimostrare la sua fedeltà ad Araki, gli aveva dato la sorella e il figlio maggiore in ostaggio, mentre Oda lo minacciava con la distruzione delle chiese e la crocefissione dei padri, se non avesse aperto il castello di Takatsuki . Prima di prendere una decisione, Justus si ritirò in preghiera e poi fece qualcosa di impensabile per un guerriero: invece di gettarsi in battaglia cercò di limitare le perdite il più possibile e di negoziare pacificamente. Presentandosi disarmato a Oda, Justus rinunciò a se stesso e si affidò completamente alle mani di Dio, che è il superiore al di sopra di Oda e di Araki.

Escriue vna breue carta, y muy secreto con dos pajes se fue luego tras el Padre, y puesto de rodillas, cortose los cabellos (en señal de dexar el mundo) los quales con la carta embiò a Dario, y a sus Capitanes, en la qual les dezia, que viendose muy perplexo en este caso, no pudo hallarle otra salida, que la muerte: y pues no era licito el matarse, determinaua de morir al mundo, que ellos defendiessen la fortaleza, y Estado por Araqui, y el yria a morir, o ser desterrado con los Padres, cuyo dicipulo se hazia dexando el mundo.

Il prendere coscienza del dilemma in cui si trovava e l’aver sperimentato la propia impotenza gli permisero di approfondire la fiducia in Dio (“…viendose muy perplexo en este caso, no pudo hallarle otra salida, que la muerte: y pues no era licito el matarse, determinaua de morir al mundo…” ) e lo resero in modo crescente capace di rinunciare alla propria posizione, all’onore e alla propria vita. Lo trasformarono da uomo abituato a lottare come un eroe fino alla morte, in un uomo disposto a offrire se stesso per gli altri, quindi in un uomo capace di amare all’esempio di Gesù Cristo. Grazie a questa seconda conversione, Justus divenne un “missionario” che sapeva convincere non solo con le parole e le opere esteriori ma anche con la condotta di vita, dando onore al suo nome “Giusto”. A motivo della sua “testimonianza”, i gentili chiamarono il cristianesimo la “legge di Takayama”: “… los mas principales Christianos, que en la Corte huuo, se conuirtieron por su persuasión, o exemplo, y los Gentiles mas amigos de los Padres, fueron ganados por su via: y vino a ser, que muchos años llamauan los Gentiles la Ley de Christo, ley de Tacamaya [sic!], sin le saber otro nombre, que este de don Iusto” . La fede di Justus era caratterizzata dal suo rapporto con la passione e la croce di Gesù Cristo. La croce però era per lui non solo qualcosa che si presenta come segno distintivo per gli altri (“…pusieron muchas Cruzes por los montes, y caminos, ayudando en todo a los Padres de la Compañía…” ), ma era la sua consolazione e il suo conforto nella preghiera, cioè era la via su cui si realizzava la fede – ed era il suo modo di seguire Gesù Cristo nell’obbedienza di fede: “Lleno de congoxas se mouio Iusto en su Oratorio, y delante de vn Crucifixo (como otro Abraham) se resoluio con lagrimas, en sacrificar a Dios su hijo vnico, hermana, honra, estado, y quanto tenia” . Il cammino di fede e le esperienze fatte in quegli anni avevano formato Justus Takayama Ukon a passo a passo e avevano fatto di lui un cristiano disposto a sacrificare la propria vita se ciò gli viene richiesto. La forza per l’offerta di se stesso nella persecuzione proveniva da Dio, in cui aveva posto la sua speranza. In tal modo Justus non solamente era “preparato” ad affrontare le difficoltà e le sofferenze delle successive persecuzioni con lo spirito dell’amore e del perdono, ma anche a lasciarsi ancora formare da Dio come “cristiano”, per mezzo delle situazioni in cui Dio lo avrebbe condotto. Mettendosi nelle mani del Signore, approfondì la sua fiducia in Lui e così divenne in modo crescente e nel senso originario della parola un “martire”: un testimone, disposto a dare la propria vita per la fede nel Signore crocifisso che ha versato il sangue per gli uomini che lo hanno inchiodato alla croce – un testimone che prega in modo simile a Santo Stefano: “Signore, non imputare loro questo peccato” (At 7,60).


LA FEDELTÀ DI FEDE NELLA PERSECUZIONE

Nel luglio 1587 ebbe iniziato la persecuzione di Hideyoshi che “assim de repente à boca da noite mandou desterrar a Justo Vcondono” . Justus Takayama Ukon diede prova in essa della sua imperturbabile fedeltà di fede. La straordinaria fermezza di fede caratterizzò il suo atteggiamento fondamentale nel momento della prima grande persecuzione. Malgrado egli fosse già molto maturato nella fede cristiana e avesse fatto l’esperienza dell’amore del Salvatore, che lo rendeva capace di avere fiducia nel Signore, Justus confidava ancora molto nella propria volontà, nella propria risolutezza e quindi nelle capacità e forze umane. Interiormente era rimasto ancora un guerriero, sebbene un “guerriero di Cristo”, che sapeva lottare ed era disposto a difendere Gesù Cristo con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Grazie al ragionamento e alle riflessioni sulla vita e sulla religione era arrivato a una profonda comprensione della fede in Gesù Cristo e delle sue verità essenziali, riconoscendo la fede cristiana come la religione vera. Come tale Justus la presentava ai suoi amici e riusciva a convincerli del cristianesimo, cosicché molti di loro si lasciarono battezzare grazie alla sua forza di persuasione. Senza mettere in questione la sua religiosità profonda e la fiducia basilare in Dio, si deve però ammettere che in quel tempo la fede di Justus era ancora molto determinata dalla conoscenza e dal giudizio, dalla decisione e dalla fiducia nelle proprie forze. Egli si sapeva forte nella fede, come l’apostolo Pietro che disse: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte” (Lc 22,33), e ciò si è manifestato in tutto il suo comportamento nella persecuzione. Il modo in cui Justus si presentò davanti alle autorità, dopo aver ricevuto la comunicazione di essere mandato in esilio, manifesta quanto era sicuro di sé: “Vcondono, como esforçado capitão e valerozo cavalleiro de Christo, respondeo intrepidamente: que elle nenhuma offensa tinha commetida contra Sua Alteza” . Non fuggiva le avversità, anzi cercava il confronto con l’avversario per vincerlo, o meglio, per convincerlo del vangelo. Era desideroso di prestare testimonianza della fede cristiana davanti ai persecutori senza scendere a compromessi, e in questo modo difendeva il suo onore come “cavaliere di Gesù Cristo”.

Ucondono como esforçado capitan y valeroso cavallero de Jesu Cristo, como tiene la viveza de su ingenio mezclada con el vinqulo del amor y temor de Dios respondio intrepidamente que el no tenia cometido ofenza alguna contra su Alteza y que tener hecho a los de Tacaccuqi y Acaxi christianos avia sido su tengara (que quiere dizir praeclarum facinus) y que quando al dexar de ser christiano que el no trocaria el serlo y su salvasión por todo el mundo por lo que dende aqella ora le largava las tierras y estado de Acaxi las quales rinden 60. mil fardos de arroz cada anno.

A causa della risolutezza di Justus, alcuni amici pagani erano molto preoccupati per lui; essi cercarono di mitigarlo e di convincerlo a rinunciare al suo tono troppo risoluto nella risposta a Hideyoshi per calmarlo, “… mas Ucondono con mucha constantia les dixo que en las cosas de Dios no avia de torcer ni solo un punto” . La fedeltà di fede di cui diede prova ribadendo a Hideyoshi di non rinunciare affatto all’essere cristiano , fece sentire a Justus una forza e una consolazione spirituale di morire come martire per amore di Gesù Cristo: “…sentiendo en su interior una estranha fortaleza y extraordinaria consolación spiritual deseoso de morir martyr por el amor de Jesu Christo dexando la espada y adaga se hiva haziendo prestes para hir presencialmente delante de Quanbacu a darle cuenta de nuestra sancta ley con su predicación…” . Justus tuttavia viveva la fedeltà di fede non solo in considerazione di se stesso e della credibilità della sua testimonianza, ma la augurava agli altri: “…animando los mucho a estar constantes en la fe y bivir como buenos christianos” . Il suo desiderio era manifestare la sua fede per l’onore e la gloria di Dio:

Tendes visto o sucesso do que até agora tem procedido neste cazo; e quanto ao que toca à minha pessoa, eu não sinto nisso pena alguma, antes me alegro muito de se offerecer couza em que se manifestasse minha fé, e eu possa padecer o que muitos annos há dezejo pela honra e gloria de Deos Nosso Senhor.

La disponibilità a dare la propria vita per la fede in Gesù Cristo si esprime nel tagliarsi i capelli; questo gesto è il segno del sentimento interiore e della tristezza, ed è l’usanza tra i giapponesi in caso di morte o di espulsione. I sudditi di Justus erano disposti a compiere tale gesto in risposta alla sua decisione di andare in esilio e a condividere la sua sorte.

Sus criados que lo tenian cercado y era muy intimo el amor con que lo amavan prorompiendo en grandes llantos y lagrimas, dezian que no se havian de apartar del, mas que lo querian acompanhar en sus trabajos hasta la muerte, y en segnal de su tristeza grande desenvaynando las adagas que trahian en las sintas se corte cada qual los cabelos como es custumbre entre los Japones hazer esto o por muerte o destierro, y ansi affirmavan que con el se havian de desterrar.

Justus quindi non era solo nella persecuzione e nella sua testimonianza di fede, ma poteva sperimentare la solidarietà da parte dei sudditi, qualcosa che lo confortava nella sua fermezza di fede e nel sentirsi degno di soffrire per causa di Gesù Cristo. In modo simile, la sua espulsione fu motivo di gioia e gratitudine per suo padre Dario che confessò ai padri gesuiti:

“Padres, estejão Vossas Reverencias descansados e de muito bom animo, porque, se meo filho Justo perdera as terras e o estado por ter commetido alguma culpa ou covardia, eu estivera muito triste por me parecer que tinha perdido a honra: mas, já que dizem ter acontecido isto por Justo não querer deixar de ser Christão, hé couza para mim de muita alegria e consolação…”.

Sia la solidarietà dei sudditi che l’orgoglio paterno, ambedue si riferiscono all’onore che deve essere salvaguardato. Justus cioè veniva confortato dagli altri cristiani nella difesa del suo onore e nel mostrarsi come “uomo giusto” e pienamente fedele, e perciò questo conforto era per lui un incoraggiamento per andare avanti con grande fermezza e risolutezza nei confronti dei persecutori, particolarmente verso Hideyoshi. Per mezzo della sua fedeltà incondizionata che si basa sul salvare il proprio onore, Dio preparava Justus al martirio, sia facendo crescere in lui il desiderio del martirio sia aiutandolo a ridimensionare la portata dell’esilio e della perdita dello stato e delle sue proprietà. “La causa porque Ucondono sentio tan poco este presente destierro, antes ha recebido consolación en ello es por haver muchos annos que pera semejante caso se tenia aparejado, y firmemente asentado en su pecho de antes se offrecer a la muerte y a qualquer otro trabajo temporal que descrepar un punto de la Lei de Dios…” . Per capire bene l’atteggiamento del Servo di Dio nella persecuzione del 1587, conviene prendere in considerazione ancora un altro aspetto: la sua gratitudine per l’amore e la solidarietà provata.

Ucondono les agradecio mucho la efficacia de su amor y deseos que tenian bivos de perseverar con el en su calamitoso enfortunio, mas dandoles algunas razones, en que no hera possible ni el tenia necessidad mas que de tres o quatro dellos, ansi despidio toda aquella turba de soldados y gente noble que dende la puericia estava hazidos a el, los senhores y principes del exercito por el singular amor con que amavan a Ucondono…

Senza dubbio la gratitudine di Justus è sincera e manifesta, infatti egli – per lo meno in modo inconscio – già sentiva il bisogno della comunione cristiana, del suo conforto ed incoraggiamento nella fede. Tuttavia era ancora lontano dall’essere in grado di riconoscere e confessare il suo bisogno in modo profondo. Continuava piuttosto a perseverare nell’atteggiamento di non poggiarsi tanto su altri ma di riporre la fiducia nelle proprie possibilità. Justus quindi, pur essendo molto disposto ad aiutare gli altri, doveva ancora imparare a lasciarsi aiutare; finché non farà l’esperienza della propria impotenza e del proprio bisogno umano, la vera fiducia difficilmente potrà crescere in lui perché rimane incentrata su se stesso. In altre parole: Justus aveva a quei tempi la stessa difficoltà di Pietro, che a gran voce confessò la sua fedeltà incondizionata al Signore, “pronto ad andare anche in prigione e alla morte” per Lui, ma non fu in grado di riconoscere la propria debolezza e il profondo bisogno della preghiera del Signore: “io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (cf. Lc 22,31-34). È l’apostolo che inizialmente non era disposto a lasciarsi lavare i piedi dal Signore (cf. Gv 13,6-8). Malgrado il suo modo di presentarsi risoluto e con grande fermezza di fede nella persecuzione, nel cammino spirituale di Justus, quindi, mancava ancora molto. Come Pietro, anche egli aveva bisogno di essere ulteriormente formato da Gesù Cristo ed essere trasformato per mezzo delle situazioni di vita, nelle quali Dio poi lo condusse. È il cammino in cui Dio lentamente, poco a poco, fa sentire e riconoscere a Justus che il martirio è una grazia – e non soltanto il risultato di una decisione umana, anche se essa è molto sincera, sublime e generosa.

Nel tempo immediatamente successivo al decreto di Hideyoshi e alla seguente espulsione, il Servo di Dio si distinse per la prontezza ad assumere su di sé, con animo ben disposto, sia la perdita della posizione e delle proprietà sia la riduzione a una vita povera ed austera, come pure il dover nascondersi sull’isola di Shōdoshima. Rimase in quella condizione contento e allegro, capace di confortare gli altri e di incoraggiarli nel loro proposito a morire per amore di Gesù Cristo .

…mas Iusto Vcondono vinha desconhecido, & como perigrino com somente seis criados, aos quais trataua como companheiros, hindo todos desconhecidos, mais nem por isso, nem por ter perdido tam grande estado vinha menos contente & alegre, nem foy com menos gloria & honrra recebido, porque alem da consolação que com sua vista, & boa conuersação receberão todos os padres,…

La condanna all’esilio e la sua decisione di lasciare il mondo cambiarono Justus e anche il suo rapporto con altri: divenne un “pellegrino”, cioè uno che pone la fiducia in Dio e chiede il suo aiuto, e un “compagno” per i suoi sudditi di un tempo. L’esperienza della povertà gli insegnò a rendersi conto di quanto aveva ricevuto da Dio e da diverse persone, facendo crescere la sua gratitudine. Ciò che imparò durante il tempo della prima grande persecuzione, rimase vivo in lui dopo la sua riabilitazione, cioè fu capace di lasciarsi aiutare e si mostrò disposto ad accettare i beni offerti, per metterli poi al servizio degli altri – al servizio della Chiesa.

Iusto Vcondono, aunque en esta persecución perdio su estado y padecio por mas de un año muy grandes y varios trabajos, a mas de la gran reputación que ha ganado, despues de Nuestro Señor lo provar desta manera, le tornó a levantar poniendolo en el reyno de Canga donde es muy favorecido del señor del, que lo es tambien de dos reinos, y por orden del mismo Cuambacundono (como escrevi) le tiene dado quarenta mil fardos da renta cada año, sin tenerle ninguna obligación…

…quando el llego ay, con cuya [cuja] vista todos los Padres grandemente se alegraron, y no se puede encareser la fortaleza de animo que reino en el coraçón de Justo, porque como si no tubiera perdido nada es tanta la alegria espiritual que reyna en aquel alma, y tan grande el conocimiento que de Nuestro Señor recibio en este destierro y persecución que dezia muchas vezes que una de los maiores mercedes que de Nuestro Señor podia recibir, era, apartarlo de los tratos de la corte de Quambacudono,… …y asi podria [h]azer a Nuestro Señor grandes servicios y ser causa de la salvación de muchas almas…

Il rapporto più intenso di Justus con i padri gesuiti e la sua collaborazione con essi nell’opera di conversione di molta gente alla fede cristiana condusse all’ulteriore approfondimento sia della conoscenza che dell’esperienza di fede . Ciò fece maturare la fiducia in Dio tanto che, appresa la notizia che Hideyoshi aveva ordinato l’uccisione dei padri, Justus la accolse con allegria come una grazia che Dio gli voleva concedere, anche se il suo agire subito dopo chiaramente manifesta che egli pensava a “provocare” il suo martirio.

Estando los Padres en el Miaco recogidos en cierta casa como arriba diximos, invio luego el Padre Organtino al Hermano Jian que fuesse a dar estas nuevas a Justo Ucondono, de como el Rey mandava matar los Padres. Lo qual oyendo él, por la parte que le avia de caber en tan dichosa suerte, inchose de tanta alegría que dezia él Hermano que parezia saltar de plazer diziendo: “Aora se manifestó la divina misericordia en my, pues he de ser martyr, acompañando al P. Organtino”; y luego sin dilación subio en un caballo y fuesse camiño de Fuximi a despedirse de Chicujendono… … dize después: “Por quanto yo soi cristiano y determino de aconpañar a mi maestro el P. Organtino en la justicia que del hizieren, vengo a despedirme de Vuestra Señoria”: y presentole los dos barriles diziendo: “estas dos pieças ofrezco a Vuestra Señoria para que después de mi muerte haga dellas lo que bien le pareziere”.

La reazione di Justus fa capire che egli sognava ancora di un “martirio attivo”, per mezzo del quale avrebbe potuto approfondire la sua testimonianza di fede. Bramava una “morte eroica”, anche se essa consisteva nella morte sulla croce, ad imitazione della morte di Gesù Cristo. Justus certamente voleva “offrire la sua vita”, ma in quel momento non poteva immaginare che gli potesse essere richiesto di “rinnegare se stesso” in modo più profondo – di “morire alla sua attività propria”.


L’ATTEGGIAMENTO NELL’ESPULSIONE DALLA PATRIA E NELL’ESILIO

L’espulsione dalla patria nel 1614 e il cammino faticoso in esilio a Manila furono per Justus una grazia perché lo fecero progredire nella fede e maturare ulteriormente come “uomo spirituale” ed eccelso testimone del Signore crocifisso. Malgrado tutte le sofferenze e le difficoltà, l’ultimo anno della sua vita fu decisivo per trasformarlo nel “vero martire”, come è venerato dai cristiani giapponesi e viene chiamato dal P. Johannes Laures: “Justus Takayama Ukon erat verus Martyr” . Dio fece maturare la fede cristiana di Justus, istillando in lui il desiderio profondo di essere “martire” e vero testimone di Gesù Cristo. Il Servo di Dio all’inizio del suo cammino intese il “martirio” in modo simile a Pietro (cf. Lc 22,33), cioè come l’offerta eroica della propria vita per il Signore e come una morte violenta che in un istante, o almeno in breve tempo, mette fine alla vita. Justus doveva ancora imparare che il martirio non significa provocare la morte violenta, quasi come colui che fa Harakiri, pensando che esso sia il frutto della sola decisione umana. Perciò, analizzando l’atteggiamento del Servo di Dio, occorre distinguere tra il “desiderio del martirio”, per essere nel modo più profondo possibile un testimone di Gesù Cristo, e un comportamento che tenta con ogni mezzo di provocare il martirio. In altre parole: è da chiarire in che misura la morte non è causata dalla propria attività umana, ma è piuttosto ricevuta come grazia da Dio. Non è l’attività umana ma solo l’operare di Dio che è in grado di trasformare la morte in una vera “testimonianza di Dio”. Tuttavia, è anche da ricordare che il “martirio” non consiste nella pura passività, semplicemente subendo la morte violenta come vittima. Anzi, nel martirio deve manifestarsi fino all’ultimo momento la risposta umana alla volontà divina – e solo grazie a tale risposta dell’uomo, la sua morte può essere davvero una “testimonianza di fede” e, quindi, un “martirio”. Per questo motivo non è sufficiente esporre la manifestazione del “desiderio del martirio” di Justus Takayama Ukon, ma si tratta di analizzare la sua “risposta” a Dio, particolarmente negli ultimi mesi della sua vita, perché in essa si manifesta la sua fede. Inoltre nella sua “risposta” si riflette il suo cammino di fede e come Dio lo preparava gradualmente a un “martirio superiore”, liberandolo dalla errata fiducia nelle proprie capacità ed attività e facendogli sentire il suo amore. Il P. Pedro Morejón descrive il processo di sviluppo di Justus, parlando della sua triplice prova di fede . La ferma decisione di offrire la sua vita per altri era già presente nella Prima Probatio Fidei  : “veniva a morire al posto degli innocenti” , e Morejón continua dicendo che Nobunaga “llamòle a palacio, mas el respondio, que no venia a seruirle, sino a morir, o ser desterrado con los Padres: mas Dios que no queria sino prouarle, ordenó, que Araqui fuesse vencido,…” . Dio voleva provarlo per condurlo avanti nella sua disponibilità ad offrire la vita per gli altri e per far crescere il suo amore.

Quando Hideyoshi ordinò l’espulsione (Seconda Probatio Fidei) , Justus “lo aceptò, con grandes muestras de alegría” . Cercò i padri per prepararsi con gli esercizi spirituali e la confessione generale al martirio, e fu di nuovo il Signore a provvedere che la sua testimonianza divenisse “seme del vangelo” durante i 26 anni in cui visse come esiliato nelle province settentrionali.

…el se fue secretamente a buscar los Padres de la Compañía, que por no salir de Iapón, estauan retirados en la Isla de Amacusa, adonde con grande deuoción, y lagrimas hizo los exercicios espirituales, y vna Confession general, alegre de verse ya libre del mundo, desseando començar vna nueua vida religiosa. Proueyò luego el Señor, que los señores de la Corte, a porfia amparassen los Capitanes, y gente noble de don Iusto; los quales fueron despues semilla del santo Euangelio, en muchos Reynos. … Veynte y seys años estuuo en estos Reynos, con vn animo inuencible, y raro exemplo de virtud, aparejado siempre a dar la vida por Christo…

La continua prontezza a dare la vita per Gesù Cristo era viva anche nei suoi amici cristiani, come in João Naitō e suo figlio Tomè: “Las feruorosas cartas que los dos escriuieron, animando a los demas, y mostrando su animo de morir por Christo, son mucho para ver, que andan impressas” . Condividevano la fede, lo zelo e l’esempio, ma anche l’esilio che è un martirio prolungato: “…ordenandolo assi el Señor, para que como fueron compañeros en la Fè, Baptismo, zelo, y exemplo, lo fuessen también en el destierro, que es martirio prolongado” . L’espulsione, l’esilio, è il “martirio superiore”, tuttavia non solo perché si tratta di un “martirio prolungato”, come dice il P. Morejón, ma perché fa partecipare più profondamente all’impotenza del Signore crocifisso che è esposto inerme alle mani dei suoi aguzzini. Con l’espulsione e l’esilio Dio esaudiva il desiderio di Justus di dare la propria vita, come fece con Pietro più tardi, ma in modo ben distinto da come egli immaginava il martirio.

Con la persecuzione del 1614 e l’esilio (Tertia Probatio Fidei) , Dio continuava la formazione di Justus e la portava a compimento: gli insegnava che né la vita né la morte sono nelle sue mani ma nelle mani di Dio e che egli è invitato ad affidarsi pienamente a Lui. Justus collaborava in questo processo di formazione e dava così continuamente la sua “risposta”, necessaria per il suo progresso spirituale. Di nuovo, insieme al figlio di João Naitō, fece gli esercizi spirituali con tanta devozione che essi sembravano religiosi . Era desiderio personale di Justus prepararsi in tal modo all’esilio – al suo martirio:

Y antes de partir de la dicha çiudad de Nangasaqui quisso [quiso] tomar los Exerçiçios [Ejercicios] y meditaçiones que la Compañía de Jesús suele dar, y el dicho Padre Rector se los comunico en su lengua y le confessó [confeso] generalmente, haziendo [haciendo] examen desde la primera vez que fue desterrado por la fee [fe] hasta entonçes, que eran más de veinte y quatro años.

Durante i nove mesi prima dell’imbarco per l’esilio a Manila, Justus nutrì sempre la speranza del martirio come morte violenta. Era certo che sarebbe stato ucciso prima di lasciare il Giappone, ed aspettava la morte con grande serenità: “Fue cosa cierta, que tenia auiso, de que antes de embarcarse auia de morir: y assi en mas de ciento y cinquenta dias, que huuo desde el destierro, hasta embarcarse, siempre estuuo esperando por la muerte, tan alegre, y quieto,…” .

Y el mismo Don Justo afirmó al dicho Padre que ba haziendo [va haciendo] esta declaraçión, que en nueve o diez mezes [meses] que passaron [pasaron] desde que salió de su cassa [casa] desterrados, por todos los caminos y en la çiudad de Nangasaqui hasta que se embarcaron para esta çiudad de Manila, todos los dias y [h]oras estubo [estuvo] esperando la muerte por entender que le avian [habian] de matar secretamente sin dexarle [dejarle] salir de Japón, estando siempre con tantas muestras de alegría como si estuviera en su antigua privança, tratando solamente de oraçión y acuder [acudir] a obras pías, disponiéndose para morir.

In quei mesi Justus si disponeva alla morte per mezzo della preghiera, tuttavia non era ancora in grado di rinunciare a cercare il martirio attivamente con le sue possibilità. Era pronto a servire l’Imperatore ma non ad obbedirgli in ciò che riguardava la sua fede cristiana , e voleva comunicare la risposta anche di persona all’Imperatore per essere ucciso dalle sue mani: “…el dicho Don Justo se levantó diçiendo que no les diesse [diese] pena, que el mismo la llevaría y sin espada y daga para que se quesiese [si quisiese] el Emperador le cortase con sus manos” . Era, quindi, sempre disposto a lasciare tutto, avendo la ferma speranza di subire la morte violenta: il martirio.

…y como él veia que tenia como en la mano la corona del martirio, no hauia de dexar por ningun estado del mundo lo que cada dia esperaua, y leuantándose en Nangasaqui algunos dias antes de que se embarcarse, un rumor, de que hauia orden secreta de matarle, con toda su familia, al tiempo de la embarcación llegando a su noticia respondió: Oxalá que assi fuese, mas no merezco yo de Dios tanto bien y merced que dé yo mi vida por su amor y por la confesión de su santa fée.

“Parece que quiso Dios prouar a nuestro Iusto, como a Iob, y que diesse antes de su muerte vna muestra de su grande fè, y constancia (qual son las cosas referidas) y despues en vida, y muerte honrarle, en prendas, y señal de la gran corona que tendra en el Cielo…” . La navigazione e l’esilio a Manila furono il tempo della prova, per mezzo dei quali Dio gli insegnò la differenza tra l’“attivo desiderio del martirio” e l’“essere passivamente esposto a condizioni che solo lentamente conducono alla morte”. Justus comprese che Dio continuava a chiedergli l’offerta della vita, tuttavia non nella forma di una morte istantanea ma in quella del “martirio prolungato” dell’esilio : il “martyrium ex aerumnis exilii”, che è da considerare il “martirio superiore” perché non è solo la testimonianza dell’offerta della vita per gli altri ma anche la partecipazione all’impotenza del Signore inchiodato alla croce.

Por los primeros de Noviembre se embarcó con los nuestros, y vino siempre en la embarcación bien dispuesto, con ser la primera vez que hazia semejante viaje. Sus exercicios eran encomendarse a Dios, reçando y acudiendo a las letanias que cada dia se dezian; leia continuamente por sus libros de devoción que tenia muchos, y platicava con los Religiosos, que todos los que sabian la lengua, holgauan mucho de tratar con él.

Con la decisione di accompagnare i padri a Manila invece di imbarcarsi a Macao, Justus manifestò non solo la molta stima che aveva per essi, ma anche di aver bisogno della direzione spirituale e del conforto nella fede, ciò che già indicò chiedendo di poter “tomar los Exerçiçios y meditaçiones que la Compañía de Jesús suele dar” . Lasciandosi aiutare da altri, per Justus cominciò il periodo decisivo della vita: il cammino del “morire a se stesso”, per diventare uno strumento nelle mani di Dio. Così non è più tanto lui che testimonia Dio, ma è Dio stesso che rende testimonianza per mezzo di lui – per mezzo della sua vita come anche della sua morte. Grazie al cammino spirituale del “rinnegare se stesso” che Justus percorreva, egli divenne sempre più umile e disposto ad accogliere tutto dalle mani di Dio. Non era più inclinato, come prima, a lottare e a difendersi, se non sopportando ciò che avvenne con pazienza e umiltà: “elle não pelejava por sua salvação com armas materiaes, senão com paciencia, e humildade” . Con le preghiere si affidava continuamente a Dio e trovava così in modo crescente la pace interiore , diventando anche strumento di pace nei conflitti tra le persone sulla nave: “luego se quietó el negocio con una palabra suya, de que todos los Religiosos quedaron espantados y muy alegres, viendo tan facilmente apagado el fuego que se iva encendiendo en ambas partes” . La sua umiltà si manifestò anche nei riguardi degli onori che gli furono offerti dopo l’arrivo a Manila, come disse il P. Morejón quindici anni dopo come testimone nel processo sul martirio in quella città:

Todo lo qual [cual] y las dichas honrras [honras], afirma el dicho Padre que el dicho Don Justo, aunque como christiano [cristiano] y prudente las agradeçía y estimava [estimaba], pero por otra parte le servían de gran tormento y pesadumbre porque, como verdadero humilde, le pareçía era yndigno [indigno] dellas, porque siempre juzgó que todas sus acçiones assí [asi] públicas como secretas en el serviçio de la Yglesia [Iglesia] eran de poca monta y consideraçión. Y assi [asi] le desia [decia] muchas vezes [veces] al dicho Padre: “Yo que he hecho para que me honrren [honren] tanto?” Y todo esto naçía de su mucha humildad y menospreçio del mundo y deseo de padeçer por Christo nuestro Señor hasta dar la vida por su amor, como lo dixo [dijo] y declaró muchas vezes [veces]: porque vivió con este deseo muchos años, espeçialmente después que fue desterrado la primera vez por la fee.

L’umiltà condusse Justus a percepire e riconoscere ogni avvenimento come una grazia offerta da Dio, e non come un suo merito o il risultato del suo impegno. Accolse le diverse circostanze della vita come volontà di Dio, rispondendo con l’accettazione interiore di esse. Il suo desiderio di soffrire per il Signore e di dare la vita per amore di Gesù Cristo, lo dispose ad accettare anche la morte dal Signore, consegnando la vita nelle sue mani e affidando i suoi alla provvidenza divina: “...estava çierto que, assí como avía sido desterrado con ellos de su tierra y patria natural por Dios nuestro Señor y por la confessión de su santa fee cathólica, no tenía duda de que su divina Magestad los ampararía y miraría por ellos pues eran suyos” . Fino all’ultimo respiro, Justus rimase fedele al desiderio di dare la vita per amore di Dio. Voleva essere un “martire di Cristo” e lo fu davvero. La vita e la morte di Justus Takayama Ukon sono la glorificazione del Signore per cui egli ha offerto le sue sofferenze e le difficoltà, vivendo l’amore e il perdono di Cristo crocifisso fino alla morte; è l’opera di Dio che Egli ha portato a compimento.

¿No vistes a la entrada en esta ciudad ocupado el Príncipe, Capitanes y todos los demás, en honrrarnos como si yo fuera alguna cosa? Estas son obras de Dios que él hace para la gloria de su nombre, y después de mi muerte veréis que esto a de yr en grande augmento, pues todo lo hazen por amor de Dios y por honrra de la xpiandad [christiandad]; y ansí se cumplió.

La vita di Justus – il suo “martirio” – si concluse con l’invocazione del nome di Gesù, consegnando, come il protomartire Santo Stefano, il suo spirito al Signore:

Invocando, pues, muy a menudo el santísimo nombre de Jesús y María con la boca y con el corazón, dió su espíritu al Señor, siendo de 63 años y auiendo 50 que se auia hecho xpiano [chrisiano], sin que en él hubiese ninguna mudança en la ley que una vez había tomado, y si alguna mudança en él huvo, fué mudarse siempre de bien a mejor y creciendo cada día más en deuoción y deseo de dar su vida por amor de Dios y por la confesión de su sancta ley.



4. MARTYRIUM MATERIALE: EX AERUMNIS EXILII

ANTON WITWER S.J.


INTRODUZIONE: MORTO DI STENTI IN ESILIO

Justus Takayama Ukon morì il 3 febbraio 1615 a Manila , a soli 40 giorni dopo essere giunto in quel paese. “Solos quarenta dias viuio don Iusto, muy visitado, y honrado del Gouernador, Arçobispo, Religiones, y lo principal de la ciudad, cobrandole todos grande amor, y estima” . Il suo arrivo a Manila fu una festa per tutti i cristiani del luogo e l’accoglienza fu sconvolgente, come ricorda il P. Valerio de Ledesma, Provinciale delle Filippine, nel suo rapporto del 1615: “salió toda la tierra al espectáculo, deseando ver un hombre de quien tantas cosas se dezían” . Che si diceva di Justus? Molto probabilmente si parlava degli eventi narrati nelle lettere annuali dei missionari del Giappone, perché queste erano lettere che, secondo l’intenzione di Sant’Ignazio, dovevano servire all’edificazione, cioè dovevano sensibilizzare all’operare di Dio nella vita della Chiesa – alla maniera degli Atti degli Apostoli. Non erano “lettere private” ma piuttosto “pubbliche” e, quindi, assai divulgate. I cristiani delle Filippine conoscevano l’importanza della famiglia Takayama per le attività missionarie dei Gesuiti e sapevano quanto la crescita della Chiesa in Giappone era dovuta all’impegno e alla vita cristiana esemplare di Justus. Erano a conoscenza delle persecuzioni e della testimonianza intrepida data dal Servo di Dio, disposto a rinunciare alla sua posizione e ai suoi possedimenti per offrire la vita a Gesù Cristo, e della sua indomita fedeltà a Lui. Molto probabilmente avevano anche informazioni sulla persecuzione dei cristiani iniziata da Tokugawa Ieyasu e sull’espulsione di Justus e di tutti i missionari dal Giappone. Ciò fa intendere perché Justus fu accolto dalla gente con grande entusiasmo e venerato come “uomo santo”, ma anche come “martire” a motivo della sua fermezza di fede nella persecuzione e delle sofferenze e torti subiti e generosamente presi su di sé a motivo della sua fede cristiana. “¿Es posible que murió aquel Santo y que no merecimos gozar más dél?” si domandava la gente dopo la notizia della morte di Justus, e i sentimenti di tristezza presto facevano posto al ricordo della sua virtù e santità e al discorso su di esse. Tutti volevano partecipare al suo funerale e vedere ancora la sua salma “y besarle los pies, como a Santo Mártyr” . L’accoglienza a Manila, la percezione della morte e la cerimonia funebre indussero il P. Laures a chiamare Justus un “vero martire” , dicendo: “He had been received with religious enthusiasm as an exile for the sake of Christ, but his premature death evoked still greater enthusiasm since everyone considered him a martyr in the true sense of the word. It was the general conviction that his death was due to the hardship of his exile” . Che Justus realmente è un martire, si manifesta in modo evidente sia riguardo alla persecuzione, che avvenne in “odium fidei”, sia riguardo all’atteggiamento del Servo di Dio, con cui ha vissuto ed interiormente accettato le sofferenze e le difficoltà. In questa parte è da chiarire perché tale denominazione è corretta anche rispetto alla sua morte, quindi, rispetto al “Martyrium materiale”. È ovvio che per rispondere profondamente a tale quesito, non è sufficiente prendere in considerazione gli ultimi 40 giorni a Manila e la morte di Justus là in poco tempo , ma occorre mettere in evidenza tutte le cause che sono in grado di manifestare la sua morte come indubbia conseguenza delle fatiche e degli stenti, ai quali egli fu esposto durante gli ultimi dodici mesi del suo cammino da Kanazawa fino a Manila. L’“esilio” di Justus Takayama Ukon, quindi, non durò solo quei 40 giorni ma piuttosto un anno intero, anzi il suo “martirio prolungato” si estese dall’ordine di “espulsione” dalla Patria fino alla morte.   IL CAMMINO DA KANAZAWA A NAGASAKI E LA NAVIGAZIONE A MANILA

Il cammino nell’esilio cominciò con l’ordine di Ieyasu , con cui Justus fu allontanato insieme alla sua famiglia dalle province settentrionali in cui in quel tempo aveva vissuto come “espulso”. Il 15 febbraio 1614 dovettero lasciare Kanazawa ed incamminarsi verso Nagasaki, senza servitù e soffrendo molti incomodi in quel periodo invernale. Il P. Morejon disse nella testimonianza ciò che segue:

Yten [Item], save el dicho Padre que en prinçipio del año de mill y seiscientos y catorçe, levantando el emperador Dayfuzama la segunda persecuçión general contra la Yglesia, fueron mandados desterrar el dicho Don Justo y Don Juan Naytodono de los reynos del norte donde asistían actualmente como desterrados; de los quales [cuales] salieron para Nangasaquy con sus mugeres [mujeres], hijos y nietos, tomándoles y quitándoles las rentas, cassas [casas] y hazienda [hacienda] sin consentirles que llevasen ni un criado que les sirviese, padeçiendo por los caminos muchas encomodidades [incomodidades] [f. 164r] y travajos [trabajos] sólo por no querer dexar [dejar] la fee [fe] Christo [Cristo], y esto con grandes muestras de paciencia y alegria.

A causa della molta neve in pieno inverno il cammino fu molto faticoso e pericoloso: “Em alguns lugares desde caminho he passos, e ladeiras, em que senão pode ir a cavallo no tempo das muitas neves... Nestes era Minaminobo o primeiro que subia a pê pollo meyo da neve, e logo a pos elle suos netos com bem de trabalho, e perigo, porque se açertão de escorregar, caem em lugares muy profundos, e ficão enterrados na neve” . Dopo dieci giorni all’incirca arrivarono a Sacamoto , a tre miglia di distanza da Miyaco (Kyoto). Poiché il Governatore di Miyaco temeva che l’arrivo degli esiliati avrebbe potuto rafforzare i cristiani della città, egli dispose che si fermassero a Sacamoto . Trascorsero circa 50 giorni in quel luogo, fino all’arrivo dell’ordine del Re che li mandava a Nagasaki : “…nuntius venit ad Itakura Iga-no-kami Katsushige (Gubernator urbis Kyoto), Takayama Ukon… et ceteros… in urbem Nagasaki esse deportandos” . Non solo le condizioni invernali resero difficile il cammino, ma alle fatiche e ai travagli si aggiunse anche la fame, e oltre a ciò i soldati ostacolarono gli aiuti che potevano essere offerti agli esiliati :

Y como le impidieron el llevar su gente, y perdió quanto tenía, salió muy desproueído y mal acomodado, aviendo de pasar siete o más jornadas por montes muy altos cargados de nieve, y al cabo de diez días llegó a Hacamoto, junto al Miaco; después, auiendo dado aviso, el Gouernador del Miaco y la Corte, vino orden del Rey para que lo desterrasen para Nangasaqui, sin dexarle llevar consigo seruicio ninguno en la embarcaçión, de suerte que hasta lo que auía de comer aderezaba él por sus manos y los nietos que con él venian.

A metà aprile Justus arrivò con la sua famiglia e gli altri cristiani a Nagasaki, dove fu loro assegnato un posto nell’“Alto Nagasaki”, chiamato Tori-no-hane Yashiki . Anche se le condizioni di vita erano qui in parte migliori e recavano qualche sollievo, il pericolo di morte era sempre presente. “Después de estar en Nangasaqui, aunque por ser tierra de xpianos [christianos] tuvo algún alivio, por otra parte cada día tragaua la muerte, no sabiendo lo que de él se haría, aun quando él la esperaua con muy fervorosos deseos” . Per tutto il tempo fino all’imbarco a Manila, “todos los dias y [h]oras estubo [estuvo] esperando la muerte por entender que le avian [habian] de matar secretamente sin dexarle [dejarle] salir de Japón” . Facendo in questa situazione gli Esercizi, Justus certamente fu rafforzato spiritualmente nella sua disposizione ad offrire la propria vita, ma è poco probabile la piena ripresa delle forze fisiche, malgrado la sua pace interiore. “Por los primeros de Noviembre se embarcó con los nuestros, y vino siempre en la embarcación bien dispuesto” . Il governatore di Nagasaki sollecitò a far partire gli esiliati presto già in agosto e, dopo vari ritardi, fissò finalmente il 27 ottobre come data di partenza, ma anche allora le navi non furono pronte. Tuttavia fece condurre Justus ed altri a Fukuda, per poter comunicare che tutti gli esiliati erano partiti . In realtà le navi salparono per Manila solo il 7 o l’8 novembre, quindi in un tempo aspro e tempestoso. La navigazione in mare burrascoso indebolì la salute di Justus ulteriormente cosicché il suo corpo infine non potè più resistere alle fatiche subite.

Nuestro Señor, cuyos juizios son inescrutables, atajó esta contienda, porque a los 40 días de su llegada se lo llevó para sí de una enfermedad muy graue, causada sin duda de los muchos trauajos desde destierro, desde su principio; porque se puede muy bien dezir que para él fueron tres destierros.

…finalmente fué desterrado para estas partes; y como era por Noviembre y tomó parte de Diciembre, que son los tiempos muy recios y tempestuosos, es cierto que en tan prolixa y trauajosa nauegación passó muy grandes trauajos, aunque lo sufría todo con grande paciencia y disimulación. Juntóse a todo esto que como el temple y clima de estas yslas es como primo diuerso al de Japón y las comidas y todo lo demás es muy diferente, aunque andubo algunos días bien dispuesto, luego le dió la enfermedad de que murió;…   LA MORTE A CAUSA DI STENTI

Parece que quiso Dios prouar a nuestro Iusto, como a Iob, y que diesse antes de su muerte vna muestra de su grande fè, y constancia (qual son las cosas referidas) y despues en vida, y muerte honrarle, en prendas, y señal de la gran corona que tendra en el Cielo: porque, o por la mudança del temple, y comidas, o por el mal tratamiento de tan largo destierro, y nauegación (tan contrario toda a su naturaleza, y edad) le dio vna calentura continua, y camaras de sangre, las quales en breue le acabaron.

Sebbene le fonti non indichino la “malattia” che condusse alla morte di Justus Takayama Ukon, esse concordano che le cause immediate del decesso furono l’esaurimento e le fatiche e i travagli dell’esilio . La descrizione della sua rapida morte, la febbre continua, lascia pensare a una polmonite acuta, come conseguenza dell’indebolimento precedente durante il cammino da Kanazawa a Nagasaki e della navigazione, durante la quale i suoi abiti furono completamente inzuppati.

Contaré una cosa, aunque menudencia, que muestra la paz y sosiego de su corazón y quan señor era de si y superior a cualquier caso que le sobreuiniese. Fué, pues, el caso, que la levantándose un tiempo recio, con grandes corrientes y mares que querian tragar el navio, parece que por no estar el navio bien calafateado, por las obras muertas, entró tanta agua, que toda la ropa se le hizo una sopa, y siendo esto cosa que al qualquiera pudiera inquietar, mayormente saviéndose la culpa que auia en el dueño y oficiales del navio, no dando muestra de algún sentimiento porla pérdida, que fué muy grande, sólo mostraua sentir mucho auérsele mojado sus libros de deuoción, que él mucho estimaua…

Queste condizioni sfavorevoli durante la navigazione – particolarmente il freddo della stagione e l’umidità – che si aggiunsero agli stenti e ai travagli prima subiti e causarono infine il rapido peggioramento della salute di Justus e la sua morte, come ha testimoniato il P. Morejon: Yten [Item), declara el dicho Padre que tiene entendido que por los travajos [trabajos] que tantos años avia [habia] padeçido, y espeçialmente los que de próximo padeçio de cassi [casi] un año de destierro, desde que salió de los reynos [reinos] del norte y se pusso [puso] en caminos, y despues de la grande yncomodidad [incomodidad] de la navegaçión [navegación] de un mes, y de la mudanza de temples y [h]abitaçión, y assi mesmo [asi mismo] mudanza de sustento, fuera de su natural, y espeçialmente en un hombre de más de se[se]nta años: a poco más de un mes que llegó a esta dicha çiudad de Manila enfermó…

Il P. Morejon menziona, oltre agli stenti già indicati, i cambiamenti di abitazione e di cibo e l’età di Justus, che aveva già più di sessant’anni. Certamente l’età ci indica che le sue resistenze naturali nei confronti degli stenti non erano più quelle di un giovane, ma la sua salute non era neppure così debolitata prima della navigazione a Manila da far temere la sua morte nell’imminente futuro. Anzi, la fiducia nelle sue capacità come condottiero era ancora molto viva, come manifesta il tentativo di Hideyori di ottenere la collaborazione di Justus per la difesa della fortezza di Osaka, proprio nel momento in cui il Servo di Dio era già partito per Manila. Hideyori “se hizo fuerte en ella, y pareciendo a él y a los capitanes que si metiese a Justo en aquella fortaleza que todo el poder del Japón no le podria contrastar, despachó luego a Nangasaqui a llamarlo con recaudos de grande estima y honrra; y quando llego este Embajador, ya Justo havia tres o quatro dias que era partido” . Ciò indica chiaramente che la morte di Justus non era dovuta alla sua vecchiaia ma alle difficoltà, ai travagli e alle sofferenze del suo cammino da Kanazawa fino a Manila e che egli era morto davvero di stenti durante l’esilio. Così “la enfermedad se iba cada día agravando más, por lo qual, Justo se fué disponiendo para morir, confesándose muchas veces y recibiendo los Sacramentos del Viático y Extrema Unción y ordenando sus cosas con tanta prudencia y con tan graue y maduro juizio que no podía más desear” . Gravemente malato, Justus non era preoccupato per se stesso ma piuttosto per gli altri, ai quali voleva testimoniare anche nella morte la fede cristiana e la fedeltà a Dio, provando a consolarli e ad edificarli.

Mas el buen Justo, parece que conoció y penetró la enfermedad, y ansí le dijo al P. Morejón que sin duda entendía que el Señor le quería llevar para sí, y que moría muy consolado por verse morir desterrado por Cristo en tierra de Xpanos [Christianos] y entre tantos siervos de Dios que le ayudarían con sus sacrificios y oraciones, y que ningún cuidado le daban mujer y hijos, pues Dios auia tomado tan de beras y tan a cargo su amparo. Quando los veía llorar les dezía: ¿Por qué lloráis? ¿Por ventura paréceos que os he de hazer falta muriendo?; pues estáis muy angañados, porque Dios a tomado a su quenta el ampararos y ser vuestro Padre, y mirad, que pensando nosotros que veníamos a destierro y a tierra extraña, hallamos aquí otra mejor patria, pues desde el mayor hasta el menor todos nos hacen tantas caricias como si fueran parientes o mucho más.

Non si difendeva contro la morte, anzi la accettava volentieri dalle mani di Dio: “Conocio el luego ser el mal de muerte, y assi se fue disponiendo para ella, y dixo a su Confessor: Padre yo siento que muero, aunque por no desconsolar mi gente, no lo muestro. Voy muy consolado, por ser assi la voluntad de Dios” . Justus, in altre parole, non “subiva la morte passivamente come vittima inerme”, ma “la accoglieva attivamente come il martirio voluto da Dio”. Avendo ricevuto i santi sacramenti con grandissima devozione e consolazione, il 3 febbraio 1615 consegnò il suo spirito al Signore .

Finalmente, la enfermedad fué haciendo su officio hasta que murio; mas estando siempre en su entero juicio y muy despierto y acordado para encomendarse a nuestro Señor y tratar con su Divina Magestad del negocio de su salvación, en lo qual y en todo el discurso de su enfermedad ubo muchas causas de edificación que por breuedad se dejan. Invocando, pues, muy a menudo el santísimo nombre de Jesús y María con la boca y con el corazón, dió su espíritu al Señor, siendo de 63 años y auiendo 50 que se auia hecho xpiano [chrisiano], sin que en él hubiese ninguna mudança en la ley que una vez había tomado, y si alguna mudança en él huvo, fué mudarse siempre de bien a mejor y creciendo cada día más en deuoción y deseo de dar su vida por amor de Dios y por la confesión de su sancta ley.


LA SEPOLTURA A MANILA

La stima di cui Justus godeva mentre era in vita, si trasformò dopo la morte in venerazione. La gente della città parlava di lui come di un santo e lo venerava, per usare le parole del P. Morejon, come “santo confessore di Cristo”:

…todos juntos con lo[s] restantes de la çiudad le acompañaron, reverençiandole como a sancto confessor [santo confesor] de Christo [Cristo], y como a tal le vesaron [besaron] las manos y tomaron algunas de sus cossas [cosas] para reliquias, hasta que fue enterrado en el collegio [colegio] de la Compañía de Jesús desta [de esta] dicha ciudad. Donde los Padres del le [de el le] estiman y veneran por sancto [santo] que está gozando de Dios, en lo qual [cual] no se pone ni se ha puesto duda ninguna, antes todo lo sobredicho es público y notorio, publica voz y fama…

Non è da meravigliarsi che tutti erano sconvolti al sentire la notizia della morte di Justus, e perciò nessuno voleva mancare al suo funerale, anzi le persone riflettevano su come tributare grandi onori al defunto .

El que más se señaló en este sentimiento y más lo significó fué el Señor Gouernador, que así como fué el que dió principio a honrrarle y hazerle caricias muy extraordinarias, assí fué también el que más muestra dió de sentimiento, y ya que no podía mostrar este sentimiento en otra cosa mejor que procurar honrrarlo en la muerte como lo avía hecho en la vida, dió luego orden en que su enterramiento y exequias fuesen las más solemnes que se pudiesen hazer; para lo qual mandó avisar que todos saliesen al enterramiento vestidos de luto ordinario, como Su Señoria determinaua de salir, lo qual a todos pareció muy bien.

Prima della sepoltura la salma fu preparata al modo dei giapponesi e portata in una sala per offrire alla gente la possibilità di vederla ed esprimere i propri sentimenti. L’afflusso di coloro che volevano baciare i suoi piedi e onorarlo “come santo martire” fu così grande che la gente difficilmente riuscì ad entrare nella sala .

Fue notable el sentimiento que mostraron todos con su muerte, llorando por vna parte, por el grande amor que le tenian, y esperanças, que boluiendo a Iapón, daria con su exemplo nueuo lustre a aquella conuersión: y por otra, consolandose de auer visto la muerte de vn santo, justo, y ilustre confessor de Christo, que assi le llamauan a boca llena.

La salma di Justus fu poi portata nella Chiesa Sant’Anna del Collegio della Compagnia di Gesù : “…fue enterrado en el collegio [colegio] de la Compañía de Jesús desta [de esta] dicha ciudad” , e sepolta accanto all’Altare Maggiore: “Hizosele el oficio de enterramiento con la solemnidad posible y fué enterrado junto al Altar Mayor, donde están enterrados los Padres Provinciales que en esta Provincia murieron” . Le esequie si svolsero con grande partecipazione delle congregazioni religiose e delle varie confraternità, essendo di grande edificazione per i numerosi giapponesi a Manila . “El día siguiente se le dixo la Misa In die depositionis, con la misma solemnidad y acompañamiento que el día antes hubo en el enterramiento y de allí adelante, por todo el novenario hasta el día de las honras” , cioè la celebrazione solenne non si limitò al funerale ma continuò nei giorni seguenti con Messe cantate. Inoltre si scrissero anche canti e poesie che “trataban de las cosas de Justo, de su valor, nobleza, virtud y christiandad” . Il Provinciale delle Filippine, P. Valerio de Ledesma, terminava così la sua lettera annuale, riferendosi al P. Pedro Morejon che aveva la maggior conoscenza di Justus Takayama Ukon.

Predicó el P. Rector deste Collexio, y porque en tan breue tiempo como una hora no era posible tratar sus cosas por extenso, pidió la ciudad que se escribiese su vida para que quedasen sus cosas más vivas en la memoria. Tomó este asunto el P. Pedro Morejón por ser el que más conocimiento tenia dél. En fin gloriosus deus in sanctis suis y desta gloria les comunica a ellos aun acá en esta vida, como se ve en lo que pasó en este siervo de Dio.



5. DE VIRTUTIBUS SERVI DEI JUSTI TAKAYAMA UKON

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


Lo splendore delle virtù di Takayama Ukon rifulge nei più svariati momenti della sua esistenza. Ripercorrendo la sua vita, vorremmo mettere in risalto tali virtù per trarne un messaggio per gli uomini della società odierna e ancor più un monito per la Chiesa dei nostri giorni. Per i particolari che riguardano la storia del Giappone, invece, rimandiamo a ciò che abbiamo già trattato nella prima parte.

1. La fede di Ukon andò approfondendosi col tempo

Ukon nacque a Takayama nella zona di Settsu all’incirca nell’anno 1553. Il padre era Takayama Hidanokami e la madre é conosciuta solo col nome cristiano di Maria. In Giappone era l’epoca degli stati belligeranti e il padre Hidanokami, che serviva Matsunaga Hisahide, vassallo della famiglia Miyoshi e signore dello Shikoku, viveva a Nara. Nel 1563 padre Gaspar Vilela venne in viaggio missionario nella zona tra Kyoto e Osaka e cominciò a diffondervi il cristianesimo. Fu in quell’occasione che Vilela inviò nel castello di Sawa, dove era signore Takayama Hidanokami, il fratello missionario giapponese Lorenzo, e che tutta la famiglia Takayama si convertì al cristianesimo. Hidanokami fu battezzato col nome di Dario, la moglie con quello di Maria e il figlio maggiore con quello di Justo. In seguito, nel 1565, la visita al castello di Sawa da parte di Luis Almeida creò l’occasione per approfondire il cristianesimo, ma poiché era il tempo degli stati belligeranti e si passavano le giornate a combattere, quell’occasione andò persa. In quel tempo Matsunaga Hisahide, che era il superiore della famiglia Takayama, uccise Ashikaga Yoshiteru, lo shōgun (generale supremo) di quel periodo. Ciò diede a Oda Nobunaga l’opportunità di venire da Gifu a Kyoto in aiuto allo shōgun seguente, Ashikaga Yoshiaki, di sbaragliare la famiglia Miyoshi, che guidava le forze dello Shikoku alle quali apparteneva Matsunaga, e di prendere il controllo di Kyoto. In quel frangente la famiglia Takayama, appoggiandosi all’antica amicizia con Wada Koremasa, già vassallo di Oda Nobunaga, diventò a sua volta vassalla di Oda. In quei tempi chi era sottomesso cercava di rovesciare la situazione scalzando chi stava sopra; cioè era un concetto normale che chi aveva la forza, con essa saliva di grado e otteneva il potere. Erano anche tempi rovinosi in cui per arrivare al potere tutti i mezzi erano considerati leciti. Justo era stato battezzato, ma nella sua adolescenza, non avendo avuto la possibilità di apprendere l’insegnamento della Chiesa, era stato dominato dalla mentalità del tempo. Inoltre la Chiesa, essendo agli inizi della predicazione missionaria, era preoccupata più che altro di contrastare gli insegnamenti del Buddismo, usando una catechesi fortemente apologetica, ben lontana da una catechesi centrata sulla personalità di Cristo.

Justo Ucondono, … como se tinha feito, christão sendo criança, não sabia mais das cousas de Deos fue viver na fé dos parentes.

Ukon, dieci anni dopo aver ricevuto il battesimo a Sawa, a causa di contrasti con il signore feudale Wada Korenaga, finì per ucciderlo. Luis Frois, che in quel tempo lavorava nella zona tra Kyoto e Osaka, così valutava Ukon. Quando nel territorio di Settsu scoppiò la guerra tra Araki Murashige e Wada Koremasa, quest’ultimo perse la vita in combattimento. Dopo la morte di Koremasa, ne prese il posto il figlio ancora giovane Korenaga, ma questi uccise lo zio che era suo tutore e inoltre cominciò a sospettare dei Takayama, padre e figlio, che godevano grande fiducia all’interno del castello di Takatsuki. In conclusione, Korenaga venne a duello con Ukon e morì a causa delle ferite che ne riportò. Il brano di Frois che abbiamo citato qui sopra, fu scritto parlando di tale episodio. Frois riteneva che Ukon vivesse immerso nella mentalità del tempo, ossia quella degli stati belligeranti, e che non avesse ancora una ferma comprensione dell’insegnamento cristiano. In altre parole, si può ritenere che egli non aveva ancora rigettato la logica della lotta per la sopraffazione tipica di quei tempi . Col passare del tempo, però, Takayama Ukon fece il cammino verso ciò che il suo nome di battesimo Justo (giusto) significa. Nel duello con Korenaga anche Ukon riportò delle ferite, cadde ammalato e, come tanti altri santi, fu sul letto del dolore che scoprì il senso della vita. All’incirca nel periodo in cui si verificò il caso Korenaga, l’attività missionaria della Chiesa giapponese conobbe nuove modalità. Nel 1570 fu nominato come nuovo responsabile Francisco Cabral. Egli, guardando alla neo-nata Chiesa giapponese, tentò un nuovo metodo missionario: cambiò il catechismo usato fino allora, incentrato sul confronto con il Buddismo, con uno incentrato su Cristo. Dagli anni 1570 in poi, la conversione si basò sulla cristologia dell’incarnazione, della passione offerta per gli uomini e della risurrezione. Di conseguenza si sviluppò un approfondimento della comprensione del cristianesimo. Nel 1574 Cabral fece un viaggio d’ispezione nella zona tra Kyoto e Osaka. Si fermò a lungo a Takatsuki, tenendo ininterrottamente da mattina a sera densi corsi di dottrina cristiana. Ukon ne fu affascinato profondamente e vi prestò attenzione. Questa fu la sua prima conversione. Frois ci ha lasciato la seguente descrizione dell’atteggiamento di Ukon:

Justo Ucondono, como era de mancebo de mui vivo e claro enganho e rarissimas partes naturaes, que tinha, pela frequentação continua de ouvir as pregações do catechismo que se fazião aos gentios e respostas que se davão as duvidas que punhão, veio a fazer tão estraordinario progresso assim no gusto como no conhecimento das couzas de Deos, que ficou depois pregador formado, e por suas grandes virtudes feito coluna de toda a christandade das partes do Miaco, e tão expedito e eloquente era no fallar de Deos, que a todos os seos e aos gentios estranhos que o ouvião punha admiração.

La visita di Cabral avvenne dopo il caso di Wada Korenaga, e fu a partire dal 1574 che la fede di Ukon, sia dal punto vista intellettuale, sia da quello missionario, venne ad assumere un aspetto completamente differente. Come sottolinea Frois, ci si rende conto che “per quanto riguarda il gustare le cose di Dio, ha conseguito un progresso fuori dell’ordinario” fino a giungere alla profondità della fede vera. La presa di coscienza circa il figlio di Dio fatto uomo, il Salvatore che offre se stesso per gli uomini, il Cristo risorto nella gloria, fu eccezionale. In questo contesto, capitò un incidente che rivela chiaramente la fede di Ukon. Nel 1578 Araki Murashige suscitò una rivolta contro Oda Nobunaga. Ukon si trovò nella posizione più pericolosa della sua vita. Nel modo in cui egli giudicò ed agì in tale frangente, si vede realmente come il Servo di Dio era sostenuto da una fede certa. La famiglia Araki era vassalla di Oda Nobunaga e Araki Murashige era il diretto superiore dei Takyama, padre e figlio. Quindi, anche se indirettamente, i Takayama erano vassalli di Oda. Araki si alleò con le forze anti-Oda e finì per dare battaglia a Oda. Il territorio che Ukon controllava, cioè Takatsuki, si trova tra Kyoto e Osaka. Era un posto chiave di transito e la sua conquista era di grande significato per entrambe le fazioni. Ukon conosceva la forza di Oda Nobunaga e capiva che la rivolta di Araki era sconsiderata. Per questo ripetutamente lo ammonì di non ribellarsi, invitandolo a non fare piovere inutilmente la sventura sul popolo, ma i suoi sforzi non portarono frutti e così la guerra divampò. Oda Nobunaga, giudicando difficile far cadere il castello di Takatsuki custodito da Ukon, pensò ad uno stratagemma. Sapendo che Ukon era un cristiano profondamente devoto, pensò che doveva anche essere obbediente ai sacerdoti e perciò indusse la chiesa a convincere Ukon ad aprire le porte del castello. Ukon per dimostrare ad Araki la sua fedeltà, gli aveva dato in ostaggio la sorella minore e il figlio maggiore. Il direttore spirituale di Ukon, il padre Organtino, aveva riferito a Ukon il suo pensiero in merito e cioè, dovendo scegliere tra due fedeltà, di principio bisognava scegliere di obbedire a quella che delle due fosse l’autorità superiore. Ciò in altre parole significava che siccome Araki si era ribellato contro l’autorità di Oda, Ukon avrebbe dovuto scegliere di obbedire a Oda, che era l’autorità più alta. Padre Organtino tuttavia non impose il suo parere, lasciando il giudizio e la decisione finale a Ukon. Oda, che era risaputo essere un tipo impaziente, dopo dieci giorni, non avendo ricevuto risposta si mosse minacciosamente verso il castello di Takatsuki e minacciò che se non gli veniva aperto il portone, avrebbe distrutto le chiese e fatto crocifiggere i sacerdoti. Per Ukon cedere a Oda voleva dire perdere la sorella e il figlio che erano stati dati in ostaggio e per di più inimicarsi il padre che era assolutamente contrario ad aprire le porte. Coloro che erano a favore della battaglia sommersero Ukon di insulti considerandolo un codardo e uno che infrangeva il codice d’onore dei samurai. D’altra parte, se si fosse schierato dalla parte di Araki, era chiaro che Oda avrebbe distrutto le chiese e soprattutto ciò avrebbe significato andare contro la condotta morale che padre Organtino consigliava. Inoltre, c’era il serio pericolo che il risultato sarebbe stato far perdere ai suoi sudditi e alla sua famiglia tutto quello che possedevano. Nel frattempo, da parte della chiesa arrivavano frequenti comunicazioni che riferivano della situazione molto tesa. Qualsiasi parte scegliesse, non ci si poteva aspettare nessun buon risultato. La mossa che fece Ukon quella volta fu completamente inaspettata. Per prima cosa, egli si chiuse nella chiesa del castello assieme a tutti i samurai cristiani con le loro famiglie e chiese loro di pregare. Pregare prima di agire, era il principio della sua vita. Poi, considerando bene il consiglio del sacerdote, prese una ferma decisione. Quella decisione fu qualcosa di impensabile per i guerrieri del tempo degli stati belligeranti. I samurai di quel tempo enfatizzavano l’accettazione coraggiosa della propria morte, senza curarsi se questo recava o no danno alla gente attorno; erano convinti che la fine più degna per un guerriero era quella di morire in battaglia. Ukon invece pensava razionalmente a come limitare le perdite il più possibile e, negoziando pacificamente, a come portare avanti le cose con i minimi danni. Non riteneva che essere un guerriero volesse dire semplicemente gettarsi verso la morte in modo sconsiderato. Era un guerriero dotato di saggezza e prudenza. Ciò che scelse di fare fu qualcosa del genere. Dopo aver gettato via le spade ed essersi raso la capigliatura distintiva del samurai, si presentò a Oda. Si può dire che scelse la strategia di rischiare la propria vita. Se egli rinunciava alla sua vita, forse Oda avrebbe ripensato alla minaccia di distruggere la chiesa. Insomma, Ukon nel momento di scommettere su un risultato che non poteva prevedere, per prima cosa rinunciò a se stesso e si affidò completamente alle mani di Dio che era aldilà di Oda e aldilà di Araki. Il risultato fu che i sudditi di Ukon imprigionarono suo padre Dario e le porte del castello furono aperte senza spargimento di sangue. Nel castello di Itami dove poi fuggì suo padre Dario, Araki liberò i familiari di Ukon che teneva come ostaggi. Quando dunque giudicò di trovarsi in una situazione in cui ormai non c’era più nessun piano umano che potesse funzionare, Ukon scelse la soluzione di affidare tutto a Dio; affidò tutto a Dio che era dietro a Araki e dietro a Oda. In aggiunta, egli era fermamente convinto che la vera fedeltà era sì verso l’autorità più alta, ma quella più alta di tutte era l’autorità di Dio. Ciò era il risultato dell’aver preso coscienza che proprio la fedeltà a Dio era la “via” più grande del guerriero cristiano. Uno storico afferma che la sua azione fu dettata dalle seguenti parole: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto (...) e nel futuro la vita eterna [Mc 10, 30] ». Dieci anni più tardi il successore di Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi, quando pubblicò l’ordine di espulsione dei missionari, fece pressione su Ukon perché ripudiasse la fede cristiana. Ukon immediatamente e inflessibilmente proclamò che questa volta non poteva obbedire, perché era ben cosciente delle parole della Bibbia che dicono «Beati i perseguitati a causa della giustizia». Era il proclama della fede di colui che giura di obbedire ai superiori, ma ritiene più importante di tutto l’ordine di Dio, che è più in alto di qualsiasi superiore umano. Per Ukon “giustizia” volle dire l’insegnamento di Gesù e la vita alla sua sequela. Proprio per aver scelto di vivere da Justo, ossia da uomo giusto, gli venne tolto il territorio di Akashi ed egli fu esiliato. Da allora la comunità dei credenti del tempo venerò Ukon come un martire. Venti anni dopo, nel 1614, il successore di Toyotomi, Tokugawa Ieyasu, vedendo in Takayama Ukon una colonna della Chiesa, lo mandò in esilio fuori dal Giappone e iniziò quindi la persecuzione contro la Chiesa. L’ordine di proibizione del cristianesimo disponeva l’espulsione dal paese dei religiosi come pure l’espulsione a causa della sua fede del rappresentante dei cristiani, Ukon. Ci è rimasta una lettera che Ukon scrisse al fidato amico Hosokawa Tadaoki prima di essere imbarcato per Manila:

Tra poco la nave salperà. Ti voglio regalare un kakejiku (rotolo di dipinto o scritta giapponese, da appendere al muro). A dire il vero ero in dubbio a chi lasciarlo. È il poema di un guerriero pronto a morire tendendo l’arco in battaglia per lasciare il suo nome alla storia. Io invece sto per partire verso i mari del sud affidando la mia vita al Cielo e il mio nome probabilmente sarà dimenticato. Cosa ne pensi? Ormai è giunto il tempo di separarsi da 60 anni di sofferenze. Mi dispiace di non poterti esprimere a voce i miei ringraziamenti per tutto questo tempo.

Espulsione dopo espulsione, il Servo di Dio finirà la sua vita esiliato in un paese straniero. La gente da allora in poi lo venera come un vero martire.

  2. Fides in mente Japonica integrata

a) La cerimonia del tè “Quidquid bonum a supra descendit…” (Jac. 1, 16). La fede innalza ciò che è naturalmente buono verso ciò che lo è soprannaturalmente. La missione della Chiesa primitiva giapponese si è sforzata di adattarsi (adaptatio) alla cultura e al suolo giapponese, cercando di innalzare tale cultura al soprannaturale. Questa era la politica di Francesco Saverio, e i primi missionari hanno ereditato tale linea. Specialmente Alessandro Valignano, il quale venne in Giappone come Visitatore apostolico nel 1579, stabilì tale politica come norma per l’attività missionaria e diede indicazioni concrete sul metodo di applicarla. Affinché la Chiesa primitiva giapponese potesse decidere di applicare tale linea, era necessario l’aiuto di uomini di cultura giapponese. L’adattamento alla cultura era su vasta scala e andava dalla costruzione delle chiese al modo di vestire dei missionari. Però si trattava di cose esteriori, mentre il vero adattamento richiedeva un rapporto spirituale profondo con la cultura giapponese, per elevare essa stessa al livello soprannaturale. In quel tempo in Giappone era diffusa la cultura del “cha-no-yu” (cerimonia del tè). Era una cosa molto diversa dall’odierna cerimonia del tè; non era un semplice hobby o qualcosa di artistico, ma si trattava di qualcosa che manifestava un forte spessore religioso e spirituale . Era la pratica di svariate “buone maniere” atte ad unificare la mente. Vi era ad esempio la maniera di entrare in casa, di sedersi, di parlarsi, e anche quella di disporre le pitture e le tazze da tè e come apprezzarle. Ognuna di queste maniere aveva un proprio significato. Durante la cerimonia ci si concentrava mentalmente, ci si liberava dalle distrazioni e dal pensiero delle cose mondane per ottenere la libertà di spirito. I leader della Chiesa giapponese si resero conto abbastanza velocemente della centralità della cerimonia del tè nella cultura giapponese e provarono entusiasticamente ad introdurla nella Chiesa. In ogni convento c’era un monaco esperto della cerimonia del tè, e divenne consuetudine intrattenere l’ospite con tale cerimonia. Si arrivò al punto che Valignano la stabilì come regola per la Chiesa giapponese . Per questa politica di adattamento Valignano si avvalse dell’aiuto di giapponesi esperti nella cerimonia del tè, ad esempio il signore feudale di Bungo, Ōtomo Sōrin e il castellano di Takatsuki, Takayama Ukon. Tra questi Takayama Ukon fu colui che ne influenzò maggiormente la pratica. Tramite la cerimonia del tè l’adattamento alla cultura diventò qualcosa di interiore e rivestito di religiosità. Non è rimasto nessuno scritto nel quale Ukon faccia direttamente riferimento alla sua vita interiore, ma conoscendo la cerimonia del tè alla quale si era profondamente dedicato, si può intravedere e conoscere un aspetto importante della sua spiritualità. La cerimonia del tè iniziò al tempo del Buddismo zen in Cina, dove tra le varie cerimonie viene annoverata quella della degustazione del tè (si veda: regole dello zen). Tale cerimonia fu introdotta in Giappone e poi praticata nei templi buddisti. Nell’epoca Muromachi (all’incirca dal 1400 al 1656) essa assunse un certo aspetto artistico: si appendevano famose pitture, si usavano e rimiravano strumenti da tè con un certo valore storico e si conversava sulla loro bellezza artistica. Il fondatore dell’odierna cerimonia del tè, Takeno Jō-ō (1504-55) era un maestro di renga (poesia collaborativa ) e conosceva la letteratura classica giapponese. Fu lui che introdusse tali arti nella cerimonia del tè . Mettendo assieme canto, rinomate pitture, vasellame pregiato ecc., la cerimonia cosiddetta “cha-no-yu” andò via via raffinandosi. Allo stesso livello di Takeno Jō-ō, anche Murata Shukō (1422-1502) ha contribuito a completare la cerimonia del tè, ma quest’ultimo è famoso piú che altro per l’invenzione della tipica casetta per il tè chiamata “wabi-suki”, che egli amava come posto bellissimo. Alla stanza aveva dato una sua spiritualità e l’aveva creata come un luogo con un certo aspetto di sacro, perciò in quel luogo si doveva lasciar perdere le conversazioni frivole e concentrare la mente. Il termine “wabi” in “wabi-suki” significa che, rendendosi conto di come tutto in questo mondo transita in un istante, si ama l’istante presente e ci si strugge per esso. Per questo, volendo appartarsi dal trambusto della città, egli costruì nel bel mezzo di essa una semplice capanna. Prima di allora già esisteva la pratica di costruire un posto isolato in mezzo alle montagne, ma in quell’epoca si pensò di costruire in mezzo alla città una tranquilla capanna per sentirsi liberi dal trambusto cittadino. Le capanne furono quindi chiamate “tranquilla abitazione montana” nella metropoli. A Sakai (l’odierna Osaka) contemporaneamente alla crescita d’importanza del cittadino, la cerimonia del tè eseguita nella “tranquilla abitazione in mezzo alla città” venne ad assumere un fascino particolare per coloro che passavano tutti giorni impegnati nel commercio da mattina a sera. Così la corrente principale della cerimonia del tè passò dai templi buddisti al popolo della città. In quel periodo il cristianesimo si andava diffondendo nella zona tra Kyoto e Osaka. Il primo convertito fu un commerciante di Sakai, un intenditore della cerimonia del tè. Chi ospitò il Saverio a Sakai fu Hibiya Ryōkei e a Kyoto fu Konishi Ryūsa, entrambi grandi intenditori della cerimonia del tè. J. Rodrigues presenta la stanza per il tè chiamandola “Xichū no sankyo” e scrive che «la casetta da tè che è molto diffusa in questi tempi, fatta proprio come una casetta rimpicciolita (…) significa “posto solitario nel mezzo della piazza” ». Le prime chiese della zona tra Kyoto e Osaka sono tutte case di intenditori della cerimonia del tè, che fungevano da luogo di ritrovo. Anche i missionari erano normalmente ospitati nelle case di tali intenditori. I primi ad incontrarsi con i missionari furono coloro che cercavano la cosiddetta “tranquilla abitazione in mezzo alla città” perché in essa avevano trovato la salvezza, pur nel mezzo del trambusto quotidiano. Il maestro di tè di Takayama Ukon fu Sen no Rikyū (1523-1590). Egli ereditò la cerimonia del tè da Takeno e Murata e la sviluppò ulteriormente, rafforzando la tendenza ad esaltare la bellezza semplice e naturale. In questo si esprimeva l’atmosfera del monaco ascetico che si era spogliato di tutte le ostentazioni. Brandendo l’ideale della “tranquilla abitazione in mezzo alla città” o anche del “Ichiza-konryū,” Sen no Rikyū rimpicciolì la saletta da tè per fare dell’incontro a tu per tu con ognuno dei partecipanti lo scopo principale della vita terrena. La piccola stanza del tè diventò così un luogo sacro dove si poteva dimenticare e lasciarsi alle spalle quella vita di concorrenza spietata nella quale i commercianti erano quotidianamente immersi.

b) Sen no Rikyū e la cerimonia del tè Nell’epoca Shokuhō (1565-1593) in cui iniziò a diffondersi il cristianesimo, la cerimonia del tè da tipica cerimonia dei cittadini cominciò a diffondersi anche tra i capi dei militari. Allo stesso tempo, essa venne ad assumere dei contorni politici e così gli affari mondani si infiltrarono nel mondo del tè. I politici cercarono di trasformare tale cerimonia in un luogo di relazioni sociali atte a incrementare il proprio potere. L’epoca in cui visse Rikyū è proprio un tale periodo e Rikyū, come maestro di tè prima di Nobunaga e poi di Hideyoshi , si trovò immerso nel dilemma fondamentale tra “sacro e profano”, “bellezza e orrore”, “puro e torbido”. Sia Nobunaga che Hideyoshi si lanciarono nella ricerca sfrenata di vasellame pregiato e i maestri cultori di tè come Rikyū avvertirono la contraddizione di trasformarsi in robot che allestiscono un luogo dedicato alle relazioni politiche. Rikyū non approvava questa situazione di obbedienza supina. Nel 1579-1580 circa (7-8vo anno dell’epoca Tenshō), la cerimonia del tè di Rikyū cominciò a cambiare. In quegli anni Ukon, dopo l’incidente di Araki Murashige, da giovane castellano (24 o 25 anni) di Takatsuki si era immerso nel mondo della cerimonia del tè. La svolta del senso del bello in Rikyū e il tè secondo Ukon andavano perfettamente d’accordo. Nel 1580 (8vo anno dell’epoca Tenshō) Rikyū inaugurò un nuovo tipo di ricevimento del tè, usando tazze da tè che potremmo definire non “completamente nuove”, bensì “ribelli ”; abbandonò le forme regolari per introdurre appositamente delle deformazioni che stupirono i suoi contemporanei facendo loro dire che mai si era visto un prodotto del genere . Le tazze deformate diventarono una moda nell’epoca Tenshō (1573-1591), ma il loro significato originale era di ribellione verso le tazze tradizionali che si erano trasformate in strumenti per la politica. Le deformazioni nella forma delle tazze da tè presero così il significato di libertà di idee e di rivalutazione della peculiarità dell’individuo. Rikyū mostrava in questo uno spirito risolutamente ribelle verso quel tè che era oraganizzato e usato per la politica. Lo spirito di libertà, lo stile di vita slegato dagli stereotipi, la ricerca del silenzio solitario nel mezzo del frastuono ebbero una forte risonanza in Ukon, che in questo periodo si stava immergendo nella cerimonia del tè. E proprio i compagni d’armi che come lui si sentivano in sintonia con questa mentalità, furono quei giovani capi che si convertirono al cristianesimo. Possiamo dire che erano giovani desiderosi di aria di tempi nuovi . Il sogno, l’ideale di Ukon era certamente quel qualcosa di assolutamente nuovo che corrispondeva alla cerimonia del tè di Rikyū, e allo stesso modo, anche il Vangelo di Cristo era senza dubbio qualcosa di completamente nuovo. La politica di adattamento alla cultura che i primi missionari avevano programmato, fiorì in modo splendido. Dopo l’incidente con Wada Korenaga (1574) Ukon si era immerso profondamente nel cristianesimo e, a causa dell’incidente con Araki Murashige, aveva scavato profondamente dentro di sé riuscendo a superare la dicotomia tra essere giapponese e vivere nella fede in Cristo proprio dedicandosi all’arte del tè. Le tazze deformate divennero una moda verso la quale molti simpatizzarono, ma con ciò portando una inclinazione alla frivolezza contro la quale Rikyū si ribellò tornando al tè tradizionale e ortodosso. Hideyoshi usava sempre più la cerimonia del tè per raccogliere gente attorno a sé arrivando al punto di far costruire una stanza da tè in oro. Rikyū per contrastare questo andazzo fece costruire a Kyoto una stanzetta di appena 5 m2 . La stanzetta dalle dimensioni così ridotte aveva lo scopo di favorire una interrelazione profonda tra poche persone. Sia la stanzetta come pure le tazze deformate nascevano dal conflitto spirituale di Rikyū, che era pieno di risentimento per la politica di Hideyoshi. Anche all’interno del castello di Osaka, Rikyū suggerì e curò la costruzione di una “casa di montagna col tetto di paglia”. Ciò nonostante, Hideyoshi fece costruire una sala in oro all’interno del castello di Osaka dove poi tenne le cerimonie del tè. In esse Rikyū faceva la parte di colui che ospita e Ukon era l’ospite. Senza alcun dubbio Ukon notava l’amarezza sul volto di Rikyū mentre preparava il tè. Anche a Kyoto, precisamente a Jurakudai (dove si trovava il palazzo governativo di Hideyoshi) Rikyū fece costruire una stanzetta da tè di appena 3 m2. Più aumentava l’apprezzamento da parte di Hideyoshi, più Rikyū sentiva profondamente il conflitto di essere completamente dedito alla mondanità. All’incirca nell’anno 1587 (anno 15 dell’epoca Tenshō), la cerimonia del tè di Rikyū mostrò una nuova grande svolta. Al posto delle tazze deformate egli cominciò ad usare delle tazze da tè tradizionali, nere, spesse e pesanti. Si percepisce in questo la convinzione che proprio le tazze nere erano le vere tazze da tè avvallate dalla tradizione, ed erano gli strumenti da tè più adatti per la loro consistenza e sobrietà. Senza lasciarsi trascinare dalle mode, Rikyū cercò quindi di tornare all’ideale originario della “tranquilla abitazione in mezzo alla città”. Questo rappresentava una sfida a Hideyoshi e una forma di resistenza verso la società comune.

c) Takayama Ukon e la cerimonia del tè Un resoconto storico attesta che nel 1577 (anno 5 dell’epoca Tenshō) Ukon, da giovane castellano di Takatsuki, invitò famosi cultori del tè per organizzare una cerimonia del tè. Era la prima volta che si assisteva ad un evento del genere. Ciò avvenne un anno prima dell’incidente con Araki Murashige, nel periodo in cui Ukon si sentiva fortemente attratto dal cristianesimo. Tale evento fu organizzato una seconda volta nel 1583 (anno 11 dell’epoca Tenshō), e se la prima volta la cerimonia era ancora un po’ immatura, questa volta pare che fu una cosa splendida . Da ciò si può intuire che come discepolo del “cha-no-yu” egli aveva raggiunto una certa perfezione. In quell’occasione molti dei compagni di “cha-no-yu” si convertirono al cristianesimo. Si può vedere in questo non tanto la semplice trasmissione del cristianesimo per condurre alla fede, bensì il risultato dell’aver inserito l’insegnamento di Cristo nello spirito della cerimonia del tè e l’averne fatto tema di discussione con i partecipanti. In quel tempo il “cha-no-yu” era il luogo in cui si riunivano i giovani che cercavano e discutevano appassionatamente della vita. Esiste a questo proposito un resoconto storico rilevante. Qualcuno criticava la cerimonia del tè di Ukon perché troppo pura e quindi poco interessante. Questo esprime bene la maniera di vivere di Ukon. Egli mirava ad una cerimonia del tè liberante come quelle di Rikyū, in cui parlando del suo ideale di vita riusciva a condurre molti amici alla Chiesa. Ma il tè di Ukon raccoglieva la tradizione ortodossa di Rikyū. Quando Rikyū, per non lasciarsi trascinare dalla futile moda del momento, volle dare importanza allo spirito ortodosso della cerimonia del tè, improntata sulla tradizione, anche Ukon diede peso alla cerimonia tradizionale che non seguiva le mode del momento. Oda Urakusai, che era critico verso la cerimonia del tè di Ukon, pur essendo il fratello minore di Oda Nobunaga, cercava di accaparrarsi le grazie di Hideyoshi che era un suo vassallo, e chiuse la sua esistenza barcamenandosi bene anche sotto lo shōgun seguente, Tokugawa Ieyasu. Ukon, invece, era un intenditore del tè che non adulava né Hideyoshi né Ieyasu. Ed anche per questo Rikyū stimava Ukon come il primo dei suoi discepoli . Hideyoshi, quando nel 1587 mise al bando i missionari, proprio perché Rikyū era colui che meglio capiva Ukon, lo inviò da lui per tentare di convincerlo ad apostatare. Rikyū sapeva bene che Ukon mai e poi mai avrebbe apostatato, anzi si dice che approvasse tale atteggiamento . Tre anni dopo Hideyoshi ordinò al maestro Rikyū di suicidarsi e questi obbedì facendo harakiri. Non aveva infatti nessuna intenzione di deviare dal suo ideale per ingraziarsi Hideyoshi.

d) Sunto sulla cerimonia del tè Lo spirito della cerimonia del tè di Rikyū, e anche di Ukon. Ichiza-konryū (edificio per tutti i presenti) Detta anche “comunità d’incontri”, trova il suo significato nel radunarsi assieme. È definita “Ichiza-konryū” perché si ritiene che dalla comunione intima tra i partecipanti nasca qualcosa. Coloro che si siedono nella stanza del tè danno la massima importanza a chi è lì presente. Sia l’ospitante che gli ospiti, liberati dagli affari quotidiani, dialogano sul vivere in modo estetico. Si ricerca l’unità tra ospitante e ospiti come se fossero un solo corpo (unum corpus fieri). Ichigo-ichie (una sola volta in vita) L’ospitante e l’ospite si mettono uno di fronte all’altro considerando questo incontro come se fosse l’unico e l’ultimo tra di loro. Kyūdōsei (animo di ricerca) Rimirando gli utensili per il tè, i kakejiku (dipinti a forma di rotolo appesi alle pareti), le tazze e altro, se ne ricerca lo spirito. La stanza del tè è il luogo in cui si tralasciano le preoccupazioni mondane e si dialoga sull’essenza originale dell’essere umano. In tale stanza non si introducono né affari né preoccupazioni mondane. Shichū no kankyo (starsene tranquilli in mezzo alla città, o anche tranquilla abitazione in mezzo alla città) Si prende un tempo completamente separato dai complicati impegni quotidiani e dalle relazioni con la gente, senza però fuggire dal mondo profano, al contrario, proprio perché ci si deve occupare degli affari mondani, ci si riunisce nella ricerca di un momento di silenzio.

Wakei-seijaku (calma rispettosa dell’altro nel puro silenzio) Vuol dire imparare il profondo rispetto per la persona attraverso la stanza del tè che incarna armonia, dignità, purificazione, solitudine. Ukon, proprio perchè aveva afferrato questo spirito, esercitava un forte fascino sulla gente. La purezza del suo carattere era un qualcosa che chiunque gli riconosceva. Niritsu-haihan (dilemma insuperabile) È una cerimonia in cui si sperimenta angosciosamente il dilemma di essere intrappolati tra “sacro e profano”, “limpido e torbido”, “luce e tenebra”. Rendere la stanza piccola fino al limite equivale a sospingere se stessi fino al limite. Il tè di Ukon si può anche chiamare tè dell’angoscia.

Nel nostro tempo in cui domina il relativismo, in cui l’idea prevalente è che qualsiasi cosa vada bene, Ukon ci indica come vivere con forza, senza lasciarsi sviare dalle tendenze del momento. Egli fa appello anche alla necessità di vivere una fede vera avvalorata dalla tradizione. Inoltre, quella sua mentalità di ricercare l’assolutamente nuovo, mentalità della quale le tazze deformate sono il simbolo, fa appello alla necessità di vivere con una spiritualità che considera la comunione reciproca come la cosa più importante. Per questo occorre ricercare una spiritualità superiore che regoli bene il proprio io.

Si dice che “per Ukon la stanza del tè era un luogo di preghiera”. La stanza del tè era effettivamente la sua “tranquilla abitazione in mezzo alla città”. Sedersi da solo, preparare il tè, meditare era una sua occupazione quotidiana. Esattamente questa fu la ragione principale della sua decisione di abbandonare il sé per scegliere la via del servizio a Dio. Perfezionarsi nella cerimonia del tè ha reso possibile il suo essere sempre pronto a dare la vita per il Signore, perché la cerimonia del tè è un rito che sconfina nella preghiera. Chiudiamo infine questo capitolo citando Rodrigues:

Donde Tacayama Justo tão nomeado por sua christandade, duas vezes desterrado com perda do estado por amor de fe’, ultima para as Philippinas onde morreo com os trabalhos: e se tem que lhe não faltou a croa do martyrio, era nesta Arte (chanoyu) unico em Japão, e como tal estimado; custumava a dizes, como para vezes lhe ouvimos que achava ser o Suky(ceremonia chanoyu) de muita ayuda para a virtude, e recolhimento aos que se davão a elle, e penetravão seu fim na verdade, e assim dizia que para se encomendar a Deos se recolhia a aquella cajinha(chashitsu) com hum a imajen, e ahi, pelo habito que tinha se achava quieto e recolhido par se encomendar a Deos.

3. Vivere radicalmente secondo il Vangelo

Nel governare i suoi sudditi Takayama Ukon praticò un modo conforme al Vangelo di Cristo. Come castellano di Takatsuki fece convertire la maggioranza dei sudditi, ma a differenza di altri castellani che usavano la norma del “cuius regio eius religio”, egli non impose la conversione con la forza. Ai sudditi imponeva sì di ascoltare l’insegnamento dei missionari, ma non obbligava nessuno a farsi battezzare . Inoltre non fece mai distruggere i templi scintoisti o buddisti. Anzi, esiste ancora un documento col quale egli riconosce i privilegi dei templi esistenti in quell’epoca . Parimenti bisogna prendere nota che Ukon non invitava nessuno dei sudditi alla conversione per motivi politici, ma solo a motivo del suo costante zelo religioso. Anche quando fu trasferito da Takatsuki ad Akashi, subito vi costruì un convento per i gesuiti e chiese l’invio di sacerdoti. Tramite costoro poi iniziò l’attività della Chiesa per condurre i sudditi alla conversione . In quell’epoca i bonzi lo temevano e facevano resistenza, ma Ukon senza preoccuparsene più di tanto, usava il metodo di invitare i missionari. Allo stesso modo nel 1587 quando, a motivo della sua fede cristiana, Hideyoshi lo fece spostare da Akashi a Kanazawa, Ukon invitava regolarmente i missionari a venire nel luogo in cui era stato esiliato e, dopo aver fatto ascoltare l’insegnamento dei missionari al popolo, lasciava libera la gente di ricevere o meno il battesimo. Aiutava a costruire le chiese e creava il clima che permetteva ai sacerdoti di lavorare con una certa facilità. Così ovunque egli andasse, nascevano nuove chiese. Le nuove conversioni, più che imposte dall’alto, erano dettate dalla stima per la vita evangelica che Ukon e suo padre Dario praticavano. Dovunque andassero, avevano misericordia dei sudditi, aiutavano i poveri, davano il sostentamento ai samurai che avevano perso il proprio paese. Come documento storico, in modo particolare lascia una forte impressione il fatto che Ukon abbia fondato a Takatsuki la “confraternita della misericordia” e che, come membro del gruppo, abbia preso parte alle varie attività . Visitava gli ammalati, faceva elemosine ai poveri, portava assieme a suo padre Dario la bara dei defunti che non avevano famiglia e provvedeva a seppellirli. Queste erano tutte cose che destavano grande stupore tra la gente di quel tempo . La ragione principale delle conversioni dei suoi sudditi al cristianesimo erano proprio gli esempi che egli dava. Non faceva apostolato con la forza che gli proveniva dall’autorità, ma con la buona politica che praticava. Possiamo affermare che Ukon riuscì in questo perché condusse una vita modellata sull’esempio di Cristo. La profonda fede verso Dio e l’amore misericordioso verso il prossimo erano le sue armi missionarie. Nel 1582 Akechi Mitsuide si rivoltò contro Oda Nobunaga e lo costrinse al suicidio nel tempio Honnō a Kyoto. In quel frangente, negli altri feudi, essendo assente il feudatario, l’ordine sociale era in pericolo, ma a Takatsuki, pur essendo rimasti all’interno del castello solo pochi soldati, non ci fu nessun problema o turbolenza. Possiamo dire che ciò accadde perché la fiducia in Ukon era molto alta. Dopo la morte di Nobunaga, scoppiò la lotta per la successione e questo portò alla guerra tra Shibata Katsuie del Nord Giappone e Toyotomi Hideyoshi. A Ukon, come comandante delle truppe di Hideyoshi, fu ordinato di combattere in prima fila assieme a Nakagawa Kiyohide, signore del feudo confinante. Trovatisi nella situazione di inferiorità numerica, Nakagawa Kiyohide era del parere di combattere fino alla morte dell’ultimo uomo, mentre Ukon riteneva di fare una ritirata strategica aspettando nuovi rinforzi. La battaglia cominciò senza che i due avessero il tempo di arrivare ad un accordo e Nakagawa Kiyohide finì col fare harakiri. Ukon invece perse un gran numero di soldati, ma riuscì a fare una ritirata strategica. I posteri hanno criticato Ukon per essersi comportato da codardo, ma anche qui si nota la sua maniera di concepire il codice d’onore della guerra nei termini di limitare le perdite al minimo e di cercare una soluzione pacifica. In realtà, in quella occasione anche Hideyoshi lodò la scelta di Ukon . In questo senso, il codice d’onore di Ukon era quello ragionevole e moderno di aver cura di salvare più vite umane possibile. Si capisce quindi che é proprio per questo che i suoi subordinati gli ubbidivano con fiducia. Questo si può dire anche a riguardo dell’incidente con Araki Murashige. Ukon non pensò che fosse giusto morire gloriosamente in battaglia solo a causa della fedeltà verso Murashige. Invece, diventando come un’asceta che ha rinunciato al mondo, cercò di salvare più vite possibili. Quando si guarda all’attività missionaria e alla vita spirituale di Ukon, risalta chiaramente la sua saggezza di non imporre niente agli altri. In fondo, la ragione dei molti battesimi che egli ha ottenuto è stata la sua sollecita attenzione a prendersi cura materialmente e spiritualmente dei suoi vassalli e sudditi. Anche all’interno della comunità dei credenti, Ukon era una guida saggia e un punto di riferimento sapiente per i missionari. Si può dire che “sempre” quando i missionari si trovavano a fronteggiare un problema importante, chiedevano il suo parere. L’episodio più famoso accadde tra il 1586 e il 1587. Ukon, temendo delle cattive conseguenze a causa di alcune frasi poco sagge dette dal superiore dei gesuiti, lo mise in guardia. Nel 1586 il Padre Vice-provinciale Gaspar Coelho ottenne l’occasione di essere ricevuto da Hideyoshi, che in quel periodo stava preparando il piano di guerra contro l’isola del Kyūshū. Quando si passò a parlare della guerra del Kyūshū, Coelho poco prudentemente propose di mettere insieme le forze dei signori feudali cristiani e di far entrare in guerra una nave portoghese. Padre Organtino in seguito inviò una lettera a Valignano in cui riferì di tale ricevimento, raccontando che lui e Ukon, trovandosi lì ad ascoltare, tentarono ripetutamente di far cambiare argomento ma - scriveva Organtino in maniera piuttosto critica - il traduttore Frois non accennò a cambiare discorso e Coelho continuò su quel tema . Nel 1587, quando Hideyoshi conquistò il Kyūshū, Coelho gli fece visita due volte. In quell’occasione Hideyoshi gli confidò l’intenzione di conquistare la Corea. A quel punto Coelho disse che avrebbe potuto richiedere una nave e una guarnigione portoghese. Ukon e Konishi Yukinaga, che conoscevano bene il carattere di Hideyoshi, preoccupati per come si mettevano le cose, consigliarono a Coelho di far dono a Hideyoshi della sua nave Fusta, che era armata e veloce. Non comprendendo il significato di un tale gesto, Coelho non prestò attenzione al consiglio datogli. Tale zelo poco saggio non solo divenne ostacolo all’envagelizzazione, ma fu ciò che fece scattare la persecuzione. Quando Valignano nel 1590 giunse in Giappone con l’intento di mitigare l’editto di proibizione del cristianesimo, chiamò alla sua destra Ukon e ascoltandone il parere, agì secondo i consigli che questi gli diede . Tuttavia, anche lo zelo e la saggezza di Ukon non furono esenti da dubbi o tribolazioni. Per vivere radicalmente secondo il Vangelo occorre addossarsi contraddizioni e sofferenze. La sua cerimonia del tè non era semplicemente un modo rituale di rapportarsi con l’alta società in maniera elegante e raffinata. Erano giorni di guerra e questo portava inevitabilmente ad uccidere qualcuno, ci si doveva buttare nella politica, quella vita politica in cui ognuno subdolamente mira ad imbrogliare l’altro. Così la cerimonia del tè di Ukon, come quella di Rikyū, era segnata dalla sofferenza per l’assurda antinomia tra “sacro e profano”, “limpido e torbido”, “luce e tenebra”. La stanza del tè era il luogo di preghiera in cui si scrutava il proprio io. La personalità equilibrata e la bontà del senso ecclesiale di Ukon avevano solide radici nella vita di preghiera. Egli affondava le radici nella preghiera come base della vita interiore. Rodrigues, parlando della cerimonia del tè di Ukon, scrive che egli si rinchiudeva nella stanza da tè e si concentrava in preghiera . La stanza da tè era la sua cappella (oratorio), il luogo per la meditazione. Nel “cha-no-yu” (cerimonia del tè originale) era rimasta la tradizione di trattenersi, dopo aver congedato gli ospiti, da soli nella stanza a ripensare su ciò di cui si era discusso, a meditare seriamente e a degustare da soli il tè . Si può ben dire che per Ukon la cerimonia del tè era vissuta in tale maniera. Anche prima di affrontare la battaglia Ukon non tralasciava mai di pregare . In verità, ogni volta che doveva iniziare a combattere, prima visitava la chiesa e pregava; inoltre, quando i suoi sudditi partivano per la guerra, dava loro la possibilità di ricevere i sacramenti della penitenza e dell’eucarestia . Molti resoconti attestano di come egli promuovesse liturgie solenni e celebrazioni speciali nelle festività liturgiche . La sua vera forza si nascondeva nella vita di preghiera quotidiana, nell’abitudine di pregare nei momenti importanti della vita, nel dare importanza alla liturgia, nel recepire i tempi forti del calendario liturgico. Così, la sua santità accumulata giornalmente diventava, quando l’occasione lo domandava, quella forza che gli faceva superare con buon esito le svariate prove dell’esistenza. Certamente si può ritenere che ciò che fece di lui un martire, fu l’incessante vita di preghiera.

4. La spiritualità di Ukon coltivata tramite gli Esercizi Spirituali ignaziani

a) Ukon aspirava al martirio Quando si trovava di fronte ad una svolta importante della vita, Ukon praticava gli Esercizi Spirituali ignaziani. La prima volta fu nel 1588, quando a causa della sua fede fu esiliato da Hideyasu. Fece gli esercizi spirituali nel noviziato di Arie (prefettura di Nagasaki) sotto la guida di un sacerdote gesuita.

E depois detreminou recolher-se por alguns dias no noviciado que estava então em Arie, e tomar os exercicios spirituais, e fazer huma confição geral descansadamente , e aparelhar se para tudo o que se podia acontecer. E tudo fez com tanta edificação e devoção que ficarão os Padres e Irmãos da casa de provação e todos os demais admirados de sua grande virtude e admiravel prudencia.

La seconda volta fu nel 1614, quando fu esiliato a Manila per ordine di Tokugawa Ieyasu. Prima della partenza, fece gli esercizi spirituali a Nagasaki sotto la guida del padre Morejon.

Y antes de partir de la dicha ciudad de Nangasaqui quisso tomar los exercicios y meditaciones que la Compañia de Iesus suele dar, y el dicho Padre Rector (P. Morejon) se los comunicó’ en su lingua y le confessó’ generalmente, haziendo examen desde la primera vez que fue desterrado por la fee hasta entonces, que eran mas de veinte y quarto anos y el dicha Padre Rector que quedó’ admirado de su grande devoción y pureza de alma, como si fuera un religioso siendo tan brioso y entendico capitano.

Ukon dopo aver completato gli esercizi spirituali per la seconda volta, non aveva ormai più nessun attaccamento alle cose di questo mondo. Nell’ultimo periodo della sua vita, dedicò tutto il suo tempo alla preghiera, alla meditazione e alle letture spirituali. Il padre Morejon testimonia che:

Pero el no desseava otra cosa, que una cosa apartada, sin visitas, y amplimentos, para tratar solo de su alma: y dizia que temia no les quisiesse nuestro Señor pagar aqui lo que por su servicio hizieron, gastando todo el dia en cosas santas.

Nei 26 anni trascorsi tra la prima (1588) e la seconda volta (1614) che fece gli esercizi spirituali, Ukon visse a Kanazawa. Possiamo dire che quel periodo fu per lui il tempo più proficuo per la vita interiore. Esternamente non poteva guidare alla conversione i sudditi come quando ne era il signore feudale, tuttavia presso di lui si radunarono da tutto il paese i samurai cristiani esiliati, ed egli continuava a guidare alla conversione quegli abitanti di Kanazawa che vi erano interessati. Da tutti era considerato il rappresentante e la colonna portante del cristianesimo. A Kanazawa invitò assiduamente i missionari, fece in modo che essi trasmettessero l’insegnamento cristiano e a partire dal 1600 costruì un convento e la canonica. Inoltre nel territorio di Noto fece costruire due chiese. Quando parlavano di tali opere apostoliche, i missionari usavano l’espressione “sub umbra Justi” .

… y vino a ser que muchos años lamavan los gentiles la Ley de Christo, ley de Tacayama, sin le saber otro nombre, que este de don Justo.

La gente, poi, per dire “cristianesimo” usava l’espressione “la religione di Takayama”. Siccome i primi missionari in Giappone erano gesuiti, gli Esercizi Spirituali ignaziani erano ben conosciuti. Sia nel 1578 come pure nel 1587, nei due momenti più critici della sua vita Ukon mostrò un credo risoluto, ossia dimostrò di considerare la fede più importante di ogni altra cosa. Tale risolutezza l’aveva ottenuta tramite la pratica degli Esercizi Spirituali ignaziani. L’atteggiamento era quello di cercare le cose del Cielo più di ogni altra cosa. Nel 1588, quando Hideyoshi gli disse che voleva incontrarlo, Ukon era preparato alla morte. Nel 1596 Hideyoshi reiterò il bando del cristianesimo e, come risultato, con i 26 martiri giapponesi, si verificò il primo caso di martirio nella Chiesa giapponese a livello nazionale. Ukon spinto dallo zelo, mostrò il desiderio di diventare egli stesso un martire. Ma quella volta il signore feudale Maeda Toshiie, considerando la cosa poco saggia, lo trattenne dal farlo . Nel 1614 il Servo di Dio, vedendo finalmente l’occasione per il martirio, aspettò intensamente quel momento, ma il governo giudicò invece che, data la sua età avanzata, era più conveniente mandarlo in esilio che ucciderlo.

Noluit eos occidere tyrannus, ne eorum votis facere satis; sciebat enim vehementissimis martyrii eos flagrare desideriis, sed potius cum vero esset aetate provectior, si navigaret in hieme et incommode navigio, aliis maximis temporis iniuriis, brevi moriturum esse certo persuasit, vel mari demergendum ob gravissimas eius temporis tempestates.

Ukon era convinto che nel vivere la propria fede bisogna essere allo stesso tempo preparati alla morte. Nella sua vita ci furono momenti in cui, come nel 1596, la sua aspirazione al martirio fu giudicata poco saggia, e anche molti altri momenti in cui sentì la tentazione di rinunciare al suo ruolo di signore feudale per darsi unicamente all’attività missionaria. Valignano lo ammonì e gli fece comprendere che nel suo caso la via della perfetta virtù passava attraverso il vivere nel mondo profano. Più di un episodio racconta come Ukon aspirasse al martirio. L’ultimo periodo della sua vita poi, altro non è se non il risultato di tale sua aspirazione. Morejon la riassume così:

Yo que he hecho para que me horren tanto? y todo esto nacia de sua mucha humildad y menosprecio del mondo y deseo de padecer por Christo nuestro Senor hasta dar la vita por su amor, como lo dixo y declaró muchaz vezes; porque vivró con este deseo que fue desterrado la primera vez por la fee.

b) La spiritualità di S. Ignazio e Ukon Gli Esercizi Spirituali ignaziani, partendo dalla consapevolezza della vanità delle cose del mondo e dalla propria profonda peccaminosità, insegnano a camminare, con la grazia di Dio, sulla via della luce. La prima volta che Ukon intraprese gli esercizi spirituali si dice che questi durarono “algunos dias”. Non vi dedicò quindi molto tempo, ma essi furono certamente per lui un’occasione favorevole per approfondire la meditazione e la lettura di libri di spiritualità. In quel medesimo periodo fiorì la pubblicazione cristiana in Giappone. La fonte definitiva della spiritualità di Ukon furono gli Esercizi Spirituali ignaziani. Questi costituivano la spiritualità fondamentale dei gesuiti e i lineamenti basilari della formazione dei suoi membri. Gli Esercizi Spirituali erano intesi principalmente per i membri della congregazione dei gesuiti, ma in Giappone furono riscritti adattandoli ai fedeli in generale . Il testo degli esercizi fu stampato nel Collegio di Amakusa nel 1596 ma il manoscritto era diffuso già prima di allora. Gli Esercizi Spirituali ignaziani sono divisi in quattro settimane, ma si possono intendere come quattro stadi. La prima cosa necessaria agli esercizi é il “profondo silenzio”, cioè l’allontanarsi dalla gente restando in solitudine per sperimentare in ciò una nuova maniera di vivere. Anche se si è presi da molte cose, ci si ritira in solitudine. Scrutando i propri sentimenti che turbinano nell’intimo, le emozioni e le insicurezze, le ostinazioni, le vanaglorie e così via, ciò che Ignazio chiama “i disordini”, si incontra in fondo ad essi il vero io . Il primo stadio consiste nello scrutare ciò che nel proprio passato è stato di ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo, rendendosi conto specialmente di quanto sia piena di errori e di falsità quella vanità che senza mai saziarsi brama il prestigio sociale. Accorgersi e pentirsi del peccato che ferisce gli altri e distorce il nostro io, è il primo stadio. Proprio la presa di coscienza della propria debolezza si collega poi al sentimento di essere amati da Dio. Nel secondo stadio, S. Ignazio ritiene che nel mondo ci siano tre tipi di persone. Innanzi tutto ci sono quelle che vorrebbero scoprire il Signore Dio nella pace e vorrebbero gettare via l’attaccamento alle cose in modo da completare la salvezza dell’anima, ma in realtà fino alla fine dei loro giorni non prendono alcuna iniziativa. Ci sono poi quelle persone che cercano di gettare via l’attaccamento alle cose, lasciando però le cose al loro posto. Di conseguenza, esse non gettano via niente e piuttosto cercano di far sì che sia Dio a tener dietro al loro modo di pensare. Il terzo tipo di persone sono coloro che, anche possedendo le cose, hanno abbandonato l’attaccamento ad esse fino quasi a dimenticarsene. Vogliono solo ciò che il Signore Dio vuole e desiderano vivere solo per servirLo. Desiderano sinceramente di disfarsi di tutto per seguire Dio, e il loro desiderio di servire Dio li rende sempre più pronti a liberarsi da tutti gli attaccamenti terreni (Esercizi Spirituali 153, 155). Gli Esercizi Spirituali prendono in considerazione questi tre tipi di persone e fanno sì che ciascuno possa discernere a quale tipo egli appartenga, cioè rendono cosciente di quanto egli sia fortemente attaccato alle cose e lo dirigono verso quell’operazione di discernimento che fa scegliere la via migliore. Nel terzo stadio si medita Cristo che con la sua morte in croce ha salvato il mondo; colui che prende coscienza della croce, medita profondamente su come egli possa prendere parte con Cristo all’opera di salvezza. Nel quarto e ultimo stadio poi, si medita la risurrezione e la gloria di Cristo che si é annullato e ha dato tutto se stesso. In quest’ultimo stadio, colui che prende coscienza raggiunge il punto di rinunciare a se stesso e pregare che gli venga tolto persino il libero arbitrio. Tutto viene dal Signore e tutto si restituisce a Lui (Esercizi Spirituali 234). Così, identificatosi del tutto con Cristo, viene inviato (missio) al mondo come persona che si dona completamente. Quando se ne considera il contenuto, si comprende come la spiritualità che ha influenzato Ukon sia quella vicina a tali Esercizi Spirituali. La Chiesa giapponese chiamò l’atto di “amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso” con l’espressione globale “comportamento misericordioso”. «Insegniamo le opere di misericordia corporale verso chi ha fame, chi ha sete, chi é ignudo, chi é prigioniero, chi é morto, come pure le opere di misericordia spirituale, consigliare i dubbiosi, istruire gli ignoranti, consolare gli afflitti, ammonire i peccatori, sopportare gli insulti, perdonare le colpe del prossimo, pregare Dio per i nemici, la fede, la speranza e la carità. “Martirio” vuol dire testimoniare tutto questo con la nostra vita» . I “kirishitan” (cristiani della Chiesa primitiva giapponese) usavano la parola “martir”, che nel dizionario latino-portoghese-giapponese viene definita come segue: “Testimone, il giusto che a causa del santo servizio a Deus subisce tormenti, e immola la sua vita”. Il “martir”, unendosi al sangue di Cristo, partecipa all’opera di salvezza del mondo. I missionari di quel tempo trasmettevano ai cristiani le parole usate da Tertulliano tali e quali: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Gli Esercizi Spirituali ignaziani rappresentarono per Ukon un modo di spiritualità che lo portò ad assumere l’abitudine di osservare da svariati angoli le vicende di questo mondo, interpretandole attraverso tale esperienza mistica fondamentale. Lo scopo era discernere dal punto di vista di Dio i rapporti col mondo per capire, in ultima analisi, quale era la strada per seguire Cristo. Si può riassumere tutto questo con l’espressione “ad maiorem Dei gloriam”. Vale a dire che Ukon, per dare gloria a Dio, elevò il suo carattere con una totale consacrazione accompagnata dall’attività apostolica. La via della purificazione e della santificazione fu quella di vivere la preghiera nell’azione e agire sostenuto dalla preghiera. Si può anche dire: vivere dando la massima importanza all’elevazione del carattere personale, nel servizio a Dio e al prossimo. In questo senso gli “esercizi spirituali” lo portarono a vivere nel mondo profano aspirando ad essere missionario, essendo insieme formazione umana, vita spirituale e attività apostolica. Ukon, pur sentendosi attirato dalla fuga dal mondo profano, scelse la spiritualità di vivere nel mondo attraverso gli esercizi spirituali. Questi, che erano chiamati “exercitia”, erano un allenamento che Ukon stesso scelse e praticò. Erano il dono di praticare ripetutamente le virtù fino a che diventassero abituali. Questa pratica era rivolta “ad maiorem Dei gloriam”. Conducendo una vita tiepida e fatta di mezze misure, non si aspira a dare gloria a Dio. Anche il Saverio, come pure i suoi successori, aspiravano ad offrire completamente se stessi, anima e corpo, alla missione, per questo veniva loro richiesta la formazione di un carattere risoluto. Il principio di formare coloro che si dedicavano all’attività missionaria sotto tutti gli aspetti intellettuali, fisici e affettivi, non vacillava assolutamente. Questo perché c’era la convinzione di agire tramite loro “ad maiorem Dei gloriam”. E la forma massima di “dare gloria a Dio” era la strada che portava ad offrire completamente se stessi nel martirio. Ciò che attraversa tutta la vita di Takayama Ukon é la pratica del comandamento dell’amore. Pratica fondata sulla spiritualità di S. Ignazio, che regolò il suo modo di vivere e di immolarsi.


6. DE FAMA SANCTITATIS AC MARTYRII

S.E.R. MONS. FRANCIS XAVIER MIZOBE OSAMU S.D.B.


IN VITA JUSTI TAKAYAMA UKON

De extraordinariis virtutibus Servi Dei Justi Takayama Ukon, eo adhuc vivente, iam inter missionarios fama erat. Anno 1576, P. Luis Frois, qui eum noverat iam per decem annos, in aliqua speciali carta de Dario et eius filio Justo agente (quae vero litterae de facto iam sunt scriptae 1575, quando P. Frois adhuc degebat in Miyako) de longe extollit fidem, caritatem et iustitiam duorum . P. Organtino, superior districtus Miyako, qui Justum optime novit, scripsit in litteris 29. Septembris 1577:

Habbiamo in questi parti delo Miaco alcuni christiani molto principali et signori de molta gente, che sono como pietre pretiosi perchè la vita sua et il bono essempio che danno a tutti e cosa di maraviglia et mostra Iddio de amargli molto con evidenti signali. Uno di loro si chama Dario Tacayamandono con suo figlio Justo Ucondono, questi duoi sono quelli che portano la bandiera inanci de tutti gli altri christiani perché con il suo grande essempio moveno a tutti in grande maniera, huomini discreti et di grande sapere; questo anno nella sua fortalezza et terre habbiamo convertiti con la sua industria più de quatro mille gentili alla nostra sancta fede.

P. Giovanni Francesco Stephanoni, qui tunc temporis erat unus ex missionariis districtus Miyako scripsit in litteris 4. Julii 1578 datis uti P. Organtinus . In litteris annuis 1588 scriptis ab ipso P. Vice-provinciali Gaspar Coelho, refertur, quod totus populus concurrit, quando Justus advenit in oppido Arima ad facienda S. Exercitia spiritualia in domo Novitiatus Arie, ad videndum virum, qui omnia potius sacrificaret quam Deum peccato offendere et fidem suam renunciare. P. Luis Frois, quando iussu P. Visitatoris Alessandro Valignano compilavit Historiam Missionis Japonicae, tractando de Justo Takayama Ukon, quem optime novit, saepe saepius adhibet verba admirationis et laudis, e. gr. in Parte Secunda (scripta inter annos 1586-1593), ubi in capite 27 agit de decisione aperiendi castellum, iam in inscriptione capituli dicit: “De hum feito heroico que fez Justo Vcondono quando se lansou com Nobunanga (f. 90r), et iterum in parte tertia (completa 1593) agens de expulsione Ukon anno 1587: De como Quambacu desterrou a Justo Ucondono e do heroico exemplo que deo de sua fé e virtude (f. 485r). Ipse Romanus Pontifex Sixtus V., quando nuntium accepit de testimonio heroico, quod Justus praestavit coram Hideyoshi anno 1578 et de eius degradatione et expulsione, per speciales Litteras Apostolicas eum laudavit et exhortavit, die 29. Aprilis 1592. Etiam Non-Christiani Justum laudaverunt uti hominem extraordinarium, fide, iustitia et integritate vitae excellentem. E. gr. ipse Dictator Toyotomi Hideyoshi defendit eius integritatem, quando Araki Murashige sinistre de eo locutus est . Dux Maeda Toshiie, qui erat amicus antiquus Ukon, et eius dominus immediatus post Ukon expulsionem, in suo testamento eum vocat hominem integrum et sincerum (richigi no hito), qui nihil curabat de fama huius mundi . Tandem Hosokawa Tadaoki, dominus provinciae Buzen et antiquus Ukon amicus, quando audivit de expulsione Ukon anno 1614, de eo dicisse fertur: “Ita posuit sigillum sub omnia sua gesta” . P. Franciscanus Fray Marcelo de Ribadeneira in sua Historia (ed. 1601) extollit famam, qua iam tunc temporis Justus gaudebat:

Y entre todos los de Japón resplandecía un principal caballero, llamado Justo Ocondono, que por no perder la fe mandándoselo el rey, tuvo por honra perder muy gruesa hacienda que tenía, y de capitán valeroso que era en la milicia temporal, hecho pobre por Cristo, se hizo caudillo de los cristianos, esforzándolos con sus palabras y ejemplos, y siempre ha sido de mucha importancia para corservar la fe de muchos.

Ideo quando anno 1614 Justus cum aliis e patria expulsis in urbem Manilam advenit, ipse Gubernator et totus magistratus, Archiepiscopus cum toto clero, Religiosi omnium Ordinum et Congregatiorum, necnon totus populus, quippe qui iam noverint de eius virtute et fama per opera typis edita, eum tamquam Heroem religionis Christianae cum veneratione et laude receperunt, testantibus P. Pedro Morejon, necnon P. Valerio de Ledesma Praeposito Prov. Philippinarum in suis litteris . Accedit etiam testimonium P. Andre Caro, S.J., qui tunc tempore degebat in Manila:

Ubi prope Manila venit Iustus Vcondonus, dici non potest, quam humanissime exceptus sit ab harum Insularum Praetore, Archiepiscopo, reliquisque primariis viris; missa est triremia pene ad viginti leucas, vt ea veheretur, Manilaeque portum teneret; multa tormenta bellica displosa sunt, eum est amplexus Praeses harum Insularum, et in amplexu lachrymas uberes sponte fluxerunt ex utriusque oculis, curru etiam eiusdem, vectus est per vrbem cum comitantibus eiusdem militibus, qui eius personam vigiles servant noctu, diuque, omnium templorum pulsatis campanis, tandem ad nostrum templum ingressus est fere tota confluente, eumque comitante civitate…

  IN MORTE

Quadraginta fere dies post adventum in urbem Manila, Justus gravi morbo affectus est et pie in Domino dormivit die 3. Februarii anni 1615. De eius ultimis diebus et morte habemus testimonium P. Pedro Morejon, confessarii Ukon eiusque directoris spiritualis, qui etiam adstabat in hora eius mortis. Ex eius testimonio sequentia fere puncta colligi possunt: 1. Causa ultimi morbi necnon mortis Ukon erat fatigatio nimia propter aerumna expulsionis, itineris et navigationis et insuetae tempestatis, ita ut eius mors vere dici possit martyrium. 2. Per totum tempus post adventum in urbe Manila deditus erat unice fere operibus piis, ut se praeparet ad mortem, quam exspectabat non post multum tempus adventuram. 3. Ante mortem omnes suae familiae convocavit et exhortationem dedit, ut fideliter et fortiter perseverarent in fide catholica: “... y que, si andando el tiempo, alguno delles faltase en esta materia que desde alii 10 desheradaua y no lo reconocia por su nieto ni por su pariente.” 4. In fine, S. Viatici et Extremae Unctionis Sacramentis confortatus, invocando sanctissima nomina Jesu et Mariae, animam suam reddidit creatori. Cum primum populus audivit de morte servi Dei, fama de eius sanctitate exortus in tota urbe Manila, omnes maxime permoti dixisse feruntur: “Es posible que murio aquel Sancto y que no merecimos gozar más del?” Ipse P. Provincialis Valerio de Ledesma testatur . Multi etiam conabantur, arripere aliquas reliquias ex vestibus etc. servi Dei. Concludit P. Provincialis relationem suam hisce verbis: “En fin gloriosus deus in sanctis suis y desta gloria les communica a ellos aun acá en esta vida, como se ve en lo que pasó en este siervo de Dios” . Et P. Petrus Morejon, S.J., eius confessarius, postea in processu pro beatificatione coepto ut testis ocularis declarasse fertur: et testimonium P. Morejon cidetur multum valorem havere . POST MORTEM

Quando Justus Takayama Ukon in urbe Manila de hac vita migravit circa mediam noctem diei 3. Februarii 1615, statim fama de eius virtute eximia sparsa est in mundo. In ipsa urbe Manila funera maxima cum pompa habita sunt, et Justus ut expulsus pro fide Christiana ut verus confessor, vel potius ut martyr exaltatus est. Quia mox de inchoando processu beatificationis cogitatum fuit, P. Petrus Morejon, S.J., qui erat eius confessarius necnon adstabat eo in morte, rogantibus civibus Maniliensibus composuit brevem vitam Justi. Cuius vero originale, proh dolor, non iam existat, sed cuius substantia videtur contineri in necrologio Ukon, quod invenitur in relatione P. Provincialis Valerii de Ledesma, 1615, necnon in opere P. Francisci Colin, S.J., Labor Evangelica (editum , Madrid, 1663) . Anno 1630, quando processus informativus de martyribus Japonensibus et in Manila et in Macao simultanee coeptus et interrogatio testium instituta est, P. Petrus Morejon, S.J., tunc rector Collegii S.J. Macaensis, qui eodem anno 1630 inde a mense Maio usque ad Novembrem in Manila degit, ibi testimonium dedit de variis martyribus. Die vero 5. Octobris coram officialibus testimonium suum dedit de vita et virtutibus, necnon de fama sanctitatis servi Dei Ukon Takayama Ukon. Sed, proh dolor, processus informationis ita coeptus, postea interruptus est uti omnes alii processus de martyribus Japonensibus propter seclusionem Imperii Japonii et destructiorem illius Christianitatis. Sed in urbe Manila Ukon memoria numquam plene in oblivionem cecidit. Imo in opere historico de illius missionis Labor Evangelica a P. Francisco Colin S.J. conscripta et 1663 in lucem edita, sat ampla biographia Ukon ex opere P. Petri Morejon et aliis fontibus (pro aliquibus factis ex fontibus hodie moniam exstantibus) collecta in illo opere inserta est. In Europa quoque fama Ukon Takayama Ukon uti testis heroici pro fide Christiana divulgata est in omnibus fere nationibus. Non tantum in variis operibus de missiones Japonica fusius de eius testimonio pro fide Catholica praesertim anno 1587 et 1614 exhibito agitur, sed etiam in variis regionibus Justus uti hero Catholicus in ludiis scenicis apparuit. In Japonia ipsa, exstirpata fere religione Christiana, memoria Ukon remansit tamquam ducis militaris in aera bellicosa “Sengoku-jidai” necnon uti hominis primarii religionis prohibitae, qui fidem suam abnegare recusans in insulas Philippinas expulsus fuit. Attamen, licet Justus a Gubernio Tokugawa uti “haereticus” et inimicus patriae diffamatus et expulsus sit, attenta inquisitio in fontes et narrationes historicas probat, de illo nihil peccati vel culpae alicuius moralis referri nisi sola fides eius Christiana. Immo, omnes fere narrationes, etiam maxime vulgares et de nullo valore historico, de tribus punctis unanimiter consentiunt, scil: 1. Justum fuisse columnam vel caput religionis Christianae, quae a regimine uti haeresis et damnosa pro republica damnata sit. 2. Justum semel atque iterum, et a Toyotomi Hideyoshi et a regimine Tokugawa, necnon a multis eius amicis rogatum et pressum, ut fidem negaret vel saltem occultaret, numquam vel unum passum regressum esse. 3. Poenam degradationis et expulsionis, et tempore Hideyoshi (1587), et tempore Tokugawa (1614), non impositam fuisse propter ullam culpam politicam vel militarem, sed unice propter eius professionem fidei Christianae. Exeunte saeculo undevicesimo, quando nempe missio Japonica denuo inchoata fuit a Patribus Seminarii Parisiensis Missionum Exterarum, etiam memoria Justi Takayama Ukon revixit, tum inter Catholicos, tum etiam inter Non-Catholicos. Ex illo tempore praesertim nominanda sunt opera: Leon Pagès, Histoire de la Religion Chrétienne au Japon (Paris: C. Douniol, 1869); Michel Steichen, Les Daimyos Chrétiennes (Hongkong: Imprimerie de la Société des Missions Etrangères, 1903), etiam translatio operis Jean Crasset, Histoire de L’Eglise du Japon (Paris: Estienne Michallet, 1689), quod opus licet sit potius ad aedificationem spectans quam generis critici-historici, in linguam Japonicam translatum, maxime aestimabatur etiam a scriptoribus Japonensibus . Professorum Dr. Murakami Naojirō et Anesaki Masaharu, historia antiqua Christiana (sic dicta Kirishitan-shi), necnon persona Justi Takayama Ukon uti ducis et columnae Christianorum illius aetatis magis magisque recognosci et aestimari inciperet. Interea anno 1926 in variis familiis vicinitatis urbis Takatsuki et Ibaraki, olim ad ditionem Ukon pertinentis, multae reliquiae Christianae, uti imagines, rosarii, crucifixi et libri, inventae sunt, quae a Professoribus Universitatis Kyoto, Dr. Shimmura Izuru et Dr. Hamada Kōsaku scientifice investigatae sunt. Ita oculi multorum denuo in urbem Takatsuki eiusqus ducem Christianum Justum Takayama Ukon directi sunt . Prima vero investigatio scientifica historica instituta est a Professore Petro Kataoka Yakichi, qui opera suo Takayama Ukon-no-tayū Nagafusa Den (1936) fontes et Japonenses et ecclesiasticos afferens, non tantum personam Ukon optime in lucem posuit, sed etiam multos alios incitavit ad ulteriores investigationes. Ita in urbibus Takatsuki, Ibaraki, Akashi, Kanazawa etc. praesertim historici locales de vestigiis localibus investigare coeperunt, ita ut persona Ukon magis magisque nota venerit multaque praeiudicia disapparuerint. Ita factum est, ut fama Ukon etiam inter Non-Christianis reviviscente homines non tantum imaginem “proditoris patriae” paulatim amittant, sed etiam eius virtutes de novo recognoscant et aestiment, quod valet praesertim de eius activitate sociali, eius invicta fide, et eius eruditione in arte Chanoyu (Tea-ceremony).

Ultimis annis, Professor Dr. Ebisawa Arimichi, qui ipse est Christianus (denominationis Protestanticae) et bene notus ut historiographus Christianus, novum opus Takayama Ukon edidit (1958), in quo optimam interpretationem psychologicam affert mentis Justi Takayama Ukon uti nobilis Japonensis in spiritu Bushidō educati et simul fidelis Christiani. Quod opus plurimas editiones vidit et adhuc magnum exercet influxum. In campo ecclesiastico primus, qui attentionem trahebat ad virtutes heroicas Justi Takayama Ukon, erat P. Antonius Cermeño, S.J, qui articulum publicavit in periodico Actio Missionaria anno 1940: “Justus Takayama Ukon, Exemplar Perfectum Actionis Catholicae”. Idem postea edidit libellum in lingua Hispanica: Corona de Daimyos, Don Justo Takayama (Bilbao: El Siglo de las Misiones, 1950), quod praesertim in Hispania et aliis Europae terris multum iuvabat pro cognitione Justi inter Catholicos. Eodem fere tempore P. Johannes Laures, S.J., Professor in Universitate Catholica Sophia (Sophia University), primum impulsum dedit ad reinstituendam causam beatificationis Justi Takayama Ukon. Iste Pater, notus ut peritus in historia ecclesiastica et fundator bibliothecae Kirishitan Bunko, necnon instaurator facultatis Historiae in Universitate Catholica Sophia, inde ab anno 1942 usque ad suam mortem anno 1959, maxime adlaboravit pro causa Justi. Eius investigationes historicae omnes sunt optime fundatae, critice perfectae, necnon fundamentum praebuerunt pro labore commissionis historicae in processu informativo. Anno 1963, ordinarii omnium dioecesium Japonensium tempore Concilii Vaticani II. Romae degentes, unanimiter consensum dederunt pro causa Justi Takayama Ukon reintroducenda. Quia vero secundum normas Iuris Ecclesiastici investigationes et processus dioecesanus habenda sunt in dioecesi, ubi servus Dei mortuus est, in hoc casu competens fuisset ordinarius Archidioecesis Manilensis in insulis Philippinarum. Sed cum Justus 40 tantum dies in illo territorio degens mortuus est die 3. Februarii 1615, Ordinarii Japonenses ad secundam sessionem Concillii Vaticani II. Romae degentes, convenerunt cum Archiepiscopo Manilensi, J. Card. Rufino Santos, qui libenter consensit, ut causa institueretur in Japonia. Ideo litteris S. Congregationis Rituum 24. Aprilis datis, causa mandata est Ordinario Archidioecesis Osakensis; P. Paulus Molinari, S.J. Postulator Generalis Societis Jesu, nominatus est Postulator Causae, eodem tempore P. Paulus Pfister, S.J., Professor in Facultate Theologica Universitatis Catholicae Tokiensis, designatus est Vice-Postulator pro Japonia. Deinde, petente Vice-Postulatore, ab Archiepiscopo Osakensi, Msgr. Paulo Taguchi Yoshigorō, instituta est Commissio trium peritorum in rebus historicis pro praevia collectione et investigatione fontium historicorum. Nominati sunt: Arcadio Schwade, S.J., Professor Universitate Catholica Sophia et Moderator Bibliothecae Kirishitan-Bunko; P. Hubertus Cieslik, S.J., Vice-Moderator Unionis Kirishitan-bunka-kenkyūkai; Dom. Petrus Kataoka Yakichi, Professor in Collegio Junshin Joshi-Tanki-Daigaku, Nagasaki. Labor ita divisus est inter tria membra, ut P. Schwade colligeret fontes Europeenses; P. Cieslik et Prof. Kataoka colligerent et translationem conficerent fontium Japonensium. Postquam vero P. Schwade regressus est ex Japonia, anno 1970 eius loco nominatus est, P. Diego Pacheco, S.J., Director Musei Commemorativi 26 Sanctorum Martyrum Japonensium (Nijūroku-seijin-kinenkan) in urbe Nagasaki. Eodem tempore, quo instituta fuit Commissio historica, ut labor istius Commissionis magis libere et celerius procedere possit, pro sic dicta “Propaganda”, vel potius pro promovenda causa Justi inter fideles, alia comissio institute est “Takayama Ukon Reppuku-undō-Hombu”, sub directione R. P. Joh. Evang. Hamasaki, presbyteri Archidioecesis Osakensis. Mensibus Maii et Junii anni 1970 in omnibus ecclesiis Japoniae signaturae fidelium collectae sunt pro petitione ad instaurandam causam beatificationis servi Dei. Quae vero signaturae restrictae sunt ad fideles et catechumenos. Summa totalis fuit 53,680 (numerus fidelium 357,478), quae vero inter varias dioeceses sic distribuuntur. Pro comparatione adduntur numeri fidelium sec. statisticas officiales anni 1970: Sapporo 1,746 (17,348) fideles Sendai 1,385 (12,000) “ Niigata 1,032 ( 6,770) “ Urawa 137 (10,973) “ Tokyo 10,305 (57,089) “ Yokohama 4,012 (31,482) “ Nagoya 4,069 (16,068) “ Kyoto 1,165 (18,133) “ Osaka 10,751 (51,697) “ Hiroshima 1,002 (17,509) “ Takamatsu 737 (5,233) “ Fukuoka 4,281 (24,394) “ Nagasaki 10,614 (69,190) “

Postquam solemnitas Beatificationis 188 martyrum Japonensium celebrata fuit in urbe Nagasaki, 23 Novembris 2008, Commissio Epistopalis Japoniae de re Caonizationis decidit renovare promotionem Beatificationis Takayama Ukon. In Ferbruario 2009, Assemblea Generalis Episcopalis Japoniae decisionem fecit, ut promoveatur citius Beatificatio Takayama Ukon et proponatur Romae petitio officialis, at quidem ut Martyr. Deinde membra commissionis pro Promotione Beatificationis et Canonisationis Takayama Ukon sunt nominata.

      Presidens Commissionis: Paulus Ōtsuka Yoshinao, Episcopus Kyotoensis
      Procurator: Franciscus Xaverius Mizobe Osamu, Ex-Episcopus Takamatsuensis
      Membra: P. Renzo de Luca, S.J., P. Francisco Xaverius Furusu Kaoru, P. Ioannes Kawamura Shinzō, S.J., Sr. Ignatiz Kataoka Rumiko, Sr. Elisabeth Maeda Chiaki, Maria Tsutsui Suna
      Secretarius: Albertus Hirabayashi Fuyuki, S.J.

Statim haec commissio coepit promotionem Beatificationis Takayama Ukon, cui eminet editio et pubblicatio libris parvuli “De Spiritualitate Takayama Ukon”, approbata e Conferentia Episcopali Japoniae. Deinde, Conferentia et symposium de Takayama Ukon, preparata ab eadem commissione, pubblice tenebatur in Ecclesia cathedrali Osakaensi. Nunc autem, paratae sunt variae pellegrinationes officiales Ecclesiae Japoniae, sive in Japonia, sive in aliis locis Ecclesiae universalis, ut citius promoveatur Beatificatio Ukon.


ORATIO PRO BEATIFICATIONE SERVI DEI JUSTI TAKAYAMA UKON:

Ad promotionem causae beatificationis servi Dei sequens oratio per totam Japoniam ab ordinariis approbata et pervulgata est. Originale est in lingua Japonica, cuius translatio sequenti fere modo sonat: Domine Deus, qui iam ante plurima saecula ex primitiis fidei in terra Japonica seminatis servum tuum Justum Takayama Ukon elegisti, eum uti florem virtutis Christianae florescere effecisti, tandem nationi Japonicae uti exemplar et testimonium tuae veritatis proponere dignatus es, respice in fidem et amorem servi tui, qui pro tua gloria totam vitam suam sacrificavit, et praesta nobis, quaesumus, per eius intercessionem gratiam ............, et dona nobis laetitiam et honorem, ut eum mox ad dignitatem Beati Japonensis ascendere videamus, nobis vero praesta gratiam, ut Justi Takayama Ukon eximiam virtutem sequentes omnes difficultates superare et usque ad finem fortiter in fide perseverare possimus. Per Jesum Christum, Dominum Nostrum. Amen.


7. CONCLUSIO

ANTON WITWER S.J.


“Justus Takayama Ukon erat verus Martyr” è il titolo dell’articolo scritto nel 1952 dal P. Johannes Laures S.J. , in cui egli sostiene l’opinione che Justus, morto in esilio a Manila, è da considerare un martire e del quale si auspica quindi la beatificazione , offrendo le ragioni della sua convinzione.

L’Informatio super martyrio ha messo in evidenza, come è suo compito, la vita di Justus, le sue virtù e la sua fede cristiana esemplare che costituiscono il fondamento del “martirio cristiano” come “accettazione volontaria della morte in testimonium fidei”, ma essa ha inteso soprattutto rispondere alle tre domande essenziali da chiarire: se l’odio alla fede fu il motivo principale della persecuzione, se il Servo di Dio rimase fedele fino alla morte e disposto a dare la vita in virtù del suo amore a Gesù Cristo e al prossimo, e se la sua morte avvenne realmente a causa della persecuzione, del maltrattamento e delle fatiche.

La persecuzione dell’anno 1614 ebbe carattere generale e coinvolse tutti i cristiani; l’unica possibilità di sottrarsi ad essa era l’abbandono della fede cristiana. L’odio alla fede come motivo della persecuzione era quindi manifesto e riguardò i cristiani proprio nella misura in cui testimoniarono la loro fedeltà a Gesù Cristo, il Signore crocifisso. I due aspetti del “martirio formale” da trattare nell’Informatio, nel caso di Justus Takayama Ukon, non solo influirono l’uno sull’altro, intensificandosi a vicenda, ma si verificarono simultaneamente. L’odio alla fede si accese e crebbe nella misura in cui la fede fu percepita forte e persistente.

A causa dell’importanza di Justus per la nascente Chiesa cristiana del Giappone e del suo contributo evidente a farla crescere, egli fu particolarmente nel mirino dei persecutori, sin dalla prima persecuzione nel 1587. La fermezza di fede che egli dimostrò costituì una sfida per loro, e numerosi furono i tentativi di fargli rinnegare la fede cristiana. Non riuscendo a fargli abbandonare la fede in Gesù Cristo, l’odio alla fede si manifestò nella crescente ostilità verso di lui. Perciò la persecuzione del 1614 si rivolse non solamente contro i cristiani “in genere” ma in modo particolare contro Justus. Pertanto egli fu davvero “vittima” della persecuzione in odio alla fede, essendo condannato all’esilio.

In questo contesto si manifestò palesemente la fede del Servo di Dio e la sua ferma disponibilità a testimoniare l’amore per Gesù Cristo fino all’offerta della vita per Lui. La persecuzione rafforzò la sua fede e il profondo desiderio di conformarsi al Signore crocifisso per quanto possibile e fece, senza volerlo, risplendere davanti agli altri l’esempio della sua vita cristiana, cioè la persecuzione rese la sua testimonianza ancora più convincente proprio a causa della sua fedeltà di fede fino alla morte. In altre parole: il martirio formale ex parte Servi Dei si manifestò chiaramente proprio sullo sfondo della persecuzione ossia per mezzo della risposta di fede che Justus in ogni momento ha dato, manifestando la disponibilità a morire per la fede in Gesù Cristo.

Considerando la morte di Justus nell’esilio a Manila in modo superficiale, a prima vista potrebbe sembrare una morte naturale e, quindi, mettere in dubbio il fatto della “morte violenta” cioè il “martirio materiale”. La valutazione più profonda dell’insieme dell’esilio, delle fatiche a cui il Servo di Dio fu esposto e degli stenti che lo indebolirono in modo crescente, manifesta con certezza morale che la morte di Justus evidentemente fu causata dalle sofferenze e dalle difficoltà prodotte dalla persecuzione. Tutti i documenti disponibili concordano nell’affermare che la sua morte fu determinata dagli stenti in esilio.

Oltre ai documenti antichi, che parlano dell’esilio e della morte del Servo di Dio, è soprattutto il fatto che Justus fu venerato sin dall’inizio non solo come “uomo santo” ma come “martire”, a confermare l’opinione espressa dal P. Laures: “Justus Takayama Ukon erat verus Martyr”. La tradizione di venerare Justus Takayama Ukon come martire è testimonata dal capitolo scritto dal Mons. Mizobe sulla fama di santità e di martirio, che nell’Informatio segue a quello sulle virtù, indicando la venerazione per Justus negli anni ’70 del secolo scorso.

La fama di santità, di cui gode il Servo di Dio nel suo paese, è descritta nelle testimonianze raccolte nel Processo Informativo dell’agosto 1971, riportate nel Summarium testium della Positio. Inoltre esse indicano l’importanza particolare della Causa di Justus Takayama Ukon per la Chiesa del Giappone e mettono in evidenza la sua vita cristiana esemplare fino alla morte in esilio.

La testimonianza più recente della venerazione di Justus come martire si trova nell’appendice della Positio , che riporta la traduzione del verbale dell’Inchiesta fatta nel dicembre 2011 per raccogliere informazioni sulla devozione attuale al Servo di Dio da 20 testi, tra essi sette ex officio. Tutto ciò conferma la ininterrotta venerazione di Justus Takayama Ukon come “santo” e “martire”, che ha offerto la propria vita per Gesù Cristo perché non ha voluto rinnegare in nessun modo la fede cristiana. La sua testimonianza di fede era ed è convincente, e come la sua vita condusse molti al vangelo, così anche il “sangue del suo martirio” fu “semen Christianorum” – ed è da sperare che il martirio di Justus possa continuare ad essere seme molto fecondo per la Chiesa cristiana del Giappone.